Rocco Chinnici, l’inventore del pool antimafia

Il giudice Rocco Chinnici divenne capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979. Fu l’inventore del ‘pool antimafia’, fu lui a chiamare accanto a se’ giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; ideò ed avviò per primo le indagini e le misure di prevenzione patrimoniali, strumento fondamentale di contrasto alle mafie. “Fu un antesignano nel cogliere l’importanza del coinvolgimento sociale, impegnandosi con incontri e dibattiti finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sui temi della lotta alla mafia,coinvolgendo in particolare i giovani”, ricorda Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci.

Il 29 luglio di 35 anni fa un’autobomba fu fatta esplodere sotto la sua casa, in via Pipitone Federico, a Palermo. Con lui morirono i carabinieri di scorta, il maresciallo ordinario Mario Trapassi, l’appuntato scelto Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

Palermo li ha ricordati con la deposizione di una corona d’alloro alla presenza del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Giovanni Nistri. Erano presenti anche il prefetto di Palermo Antonella De Miro e il sindaco Leoluca Orlando, oltre ai familiari delle vittime e numerose autorità civili e militari.

“A Chinnici si deve l’avere intuito in tutta la loro pericolosità le connessioni della mafia con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria, e l’aver promosso inedite strategie investigative, fondate sulla collaborazione fra i magistrati che svolgevano le indagini sul fenomeno. Il ricordo dell’appassionato impegno, umano e professionale, di Rocco Chinnici nel difendere le istituzioni e i cittadini dalla violenza e dalle vessazioni della criminalità organizzata resta indelebile nella memoria di tutti e rappresenta un prezioso e costante stimolo per la crescita della coscienza civile e della fiducia nello stato di diritto”, ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella.

39 anni fa l’omicidio di Boris Giuliano, il poliziotto ‘moderno’

Raccontano i testimoni che il killer, un giovanissimo Leoluca Bagarella, tremava come una foglia impugnando l’arma con cui stava per assassinare la sua vittima: Boris Giuliano, poliziotto moderno che si era formato all’accademia di Quantico dell’Fbi, l’investigatore che per primo scoprì che Cosa nostra raffinava l’eroina “in casa”.

Bagarella aspettò che entrasse, come faceva ogni mattina, nel bar sotto casa, il Bar Lux, in via Di Blasi, a Palermo. Lo chiamò perché si voltasse e fece fuoco. Era il 21 luglio del 1979 e quello di Giuliano fu uno dei primi omicidi eccellenti, spartiacque nella guerra che i clan dichiararono allo Stato.  Da allora sono trascorsi 39 anni e, nel giorno dell’anniversario della morte, la Polizia di Stato ha voluto ricordare la figura del poliziotto nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato, tra gli altri,  il questore Renato Cortese e il sindaco Leoluca Orlando.
Nato a Piazza Armerina nel 1930, grande lettore di gialli, una passione per le indagini, entrò in polizia nel 1962.  La sua formazione continuò negli Stati Uniti, dove strinse rapporti di collaborazione con l’FBI e la DEA.
Fiuto investigativo e una umanità rara, portò alla Mobile di Palermo un metodo nuovo: il lavoro di squadra. Riuscì a disegnare una mappa delle famiglie mafiose basandosi sugli omicidi commessi nei vari quartieri e nelle periferie, creò un archivio con le informazioni raccolte su ogni indagato.
Indagò sugli omicidi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mario Francese, e sull’agguato costato la vita al segretario provinciale di Palermo della DC, Michele Reina.
Sua l’intuizione  delle tratte della droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Un mese prima di morire, grazie al lavoro svolto con le agenzie federali statunitensi, FBI e DEA, sequestrò all’aeroporto di Palermo due valige con 500mila dollari, la parcella pagata da famiglie mafiose d’oltreoceano a quelle sicule per l’eroina. Pochi giorni dopo, all’aeroporto di New York, furono trovate delle borse con una partita di droga proveniente da Punta Raisi per un valore di 10 miliardi di dollari. Era la conferma del traffico di stupefacenti tra i clan dei Bontade, degli Spatola, e degli Izerillo e la mafia americana.

Boss condannati a risarcire la famiglia del piccolo Di Matteo

Il tribunale civile di Palermo ha disposto un risarcimento di 2,2 milioni di euro alla madre di Giuseppe di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia rapito e ucciso a 12 anni dalla mafia per indurre il padre a ritrattare le accuse. “E’ stata lesa la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente […]

Strage di via D’Amelio: Maria Falcone, mai smettere di cercare la verità

“Questo anniversario, per me, è più triste di quelli degli anni scorsi perché, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza della corte d’assise di Caltanissetta, i sospetti sono diventati certezza. La certezza che le indagini sulla strage di via D’Amelio furono depistate e che alcuni uomini delle istituzioni furono coinvolti in questa operazione di depistaggio”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci, nel giorno del 26esimo anniversario dell’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. “Ci uniamo alla famiglia Borsellino – ha aggiunto – nel chiedere che si prosegua con l’accertamento della verità perché solo così i cittadini potranno avere fiducia piena nelle istituzioni democratiche”.

19 luglio, Palermo ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta

Palermo si è fermata per ricordare il sacrificio del procuratore aggiunto Paolo Borsellino e degli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, trucidati 26 anni fa dalla mafia in via D’Amelio. Molti gli appuntamenti istituzionali e quelli organizzati dalle associazioni che hanno portato in strada centinaia di persone: studenti e cittadini insieme per rinnovare l’impegno a non dimenticare. Al Palazzo di giustizia di Palermo il 18 luglio, vigilia della stage, si è riunito il Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale magistrati che ha poi assistito alla piece ‘Fra le sue mani’ di Roberto Greco e Valeria Siragusa. “La mafia è più debole, ma non è vinta”, ha detto il presidente dell’Anm Francesco Minisci. Il 19 luglio, anniversario dell’attentato, i familiari di Borsellino  hanno voluto ricordarlo con una messa celebrata nella chiesa di San Saverio.

E poi dibattiti, come quello organizzato dal Centro studi “Paolo Borsellino”, presentazioni di libri, e ancora laboratori creativi per i bambini a pochi metri dal luogo in cui esplose l’autobomba che uccise il giudice e la sua scorta hanno accompagnato la due giorni dedicata al ricordo. Al Parco Uditore sono stati piantati degli alberi in ricordo delle vittime dell’eccidio.

Non sono mancati i momenti istituzionali: dalla deposizione delle corone alla presenza del capo della polizia Franco Gabrielli, nel Reparto Scorte della Questura, al tributo dei ministri dell’Istruzione e della Giustizia Marco Bussetti e Alfonso Bonafede, a Palermo per partecipare ad alcuni momenti delle cerimonie.

Le commemorazioni si sono chiuse al teatro antico di Segesta  con un concerto.

Mafia: in cella il “re” del riciclaggio. Maria Falcone, colpire le ricchezze dei clan

Fiumi di soldi sporchi guadagnati con il traffico di droga sono passati per le sue mani, il “re” del riciclaggio, capace di ripulire denaro illegale e reinvestirlo in una attività lecita. Continua a leggere