Libero Grassi, l’eroe civile che disse no al racket. L’analisi e il ricordo del Procuratore di Messina Maurizio de Lucia

Libero Grassi, l’imprenditore che disse no al pizzo e pagò con la vita il suo coraggio, nel ricordo del procuratore di Messina Maurizio de Lucia, magistrato a lungo pm a Palermo dove ha condotto alcune tra le principali inchieste su mafia ed estorsioni degli ultimi anni.

Sono passati 27 anni da quel 29 agosto 1991. Alle 7,36 in una città che stentava a svegliarsi, Libero Grassi fu colpito alla schiena, da assassini ai quali erano bastati pochi appostamenti per stabilire l’ora migliore per l’omicidio.

La sua fabbrica, la Sigma, produceva pigiami, esportava anche all’estero, aveva 100 dipendenti, e nel 1990 fatturava sette miliardi di lire.

La colpa di Grassi, chiamato Libero in omaggio dei suoi al sacrificio di Giacomo Matteotti, non era solo quella di non aver pagato il pizzo, la sua colpa era di avere denunciato tutto e, soprattutto, di avere istigato alla ribellione quelli come lui. Lo aveva fatto nel modo più plateale possibile, scrivendo al principale quotidiano di Palermo sicuro che quel messaggio sarebbe arrivato a destinazione. Scelse il Giornale di Sicilia, all’epoca lo specchio fedele dell’anima della città. E in una lettera comparsa il 10 gennaio del 1991 spiegò perché un Mercante come lui non avrebbe ceduto un solo centesimo del proprio profitto ai grassatori delle cosche.

“Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere … Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Firmò così la sua condanna a morte. Ma in qualche modo consegnò alla storia della coscienza civile dell’intero Paese una verità scomoda e imbarazzante ancora oggi.

Palermo, oggi e ancora di più nell’ agosto 1991, è capoluogo di un’isola che resta in fondo alle classifiche del gettito fiscale, la riscossione del pizzo era ed è una macchina formidabile di esazione che non conosce zone franche ed evasori, né totali, né parziali. Agli uomini della mafia bastava chiedere per avere e attraverso quella tassa rinsaldare un legame, un rapporto che in un abbraccio mortale tiene insieme vittime ed estorsore. Un ricatto per chi la vive con violenza, un patto tacito, un accordo che promette sicurezza a fronte di cifre mai esagerate per la gran parte di quelli che accettano di sottostare.

Il collaboratore di giustizia Francesco Onorato ebbe a spiegare: «Le estorsioni sono un fatto normale, tranquillo, perfetto, cioè loro sono contenti di uscirli, perché è una forma… 500 mila lire al mese, e quindi per loro sono niente, perché lavorano e stanno tranquilli. Poi non sono mai maltrattati da nessuno. Sì, un accordo, proprio così».

Due mondi lontani, quello del libero mercato dei commerci e dell’imprenditoria e quello della cieca e bestiale violenza di contadini arricchiti e di guappi di periferia cresciuti a miseria e pistole, vengono in contatto, si saldano, si riconoscono e si legittimano vicendevolmente.

Nell’estorsione c’è una faccia della mafia che utilizza “l’industria della protezione privata”, secondo la definizione del sociologo Diego Gambetta, ma il cui profitto, comunque ragguardevole, non è principalmente quello economico quanto piuttosto l’accreditamento come canale di mediazione sociale a qualunque livello.

Questo aveva senz’altri ben chiaro Libero Grassi. Che ripeté il suo punto di vista l’11 aprile del 1991 in televisione a Samarcanda la trasmissione di Michele Santoro. E lo ribadì in una lettera che il Corriere della Sera pubblicò il giorno dopo la sua morte, il 30 agosto 1991. Era la testimonianza autentica, ancorché postuma, dei mesi che erano trascorsi tra le prime denunce, le uscite pubbliche e il gelo che aveva circondato quella solitaria ribellione. Ma anche un dito puntato contro le istituzioni impotenti, complici o timide. Non a caso Grassi citava la sentenza che aveva mandato assolti i cavalieri del lavoro catanesi Costanzo e Graci, scesi a patti con la mafia eppure considerati vittime in stato di necessità ambientale.

“La “Sigma” – scrisse Grassi – è un’azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione.

La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all’Ucciardone”. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “guardati tuo figlio”, “attento a te”. Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.

Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al “Giornale di Sicilia” che iniziava così: “Caro estortore…”. La mattina successiva qui in fabbrica c’erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione.

Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere “ispettori di sanità”. Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del “pizzo”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.

Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.

L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.

Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.

Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?

Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.

Il 24 aprile del 1992 è stato arrestato uno degli uomini di punta della famiglia mafiosa dei Madonia, quella che venne individuata dalle indagini come l’ideatrice del delitto: Marco Favaloro, commerciante d’auto. Un anno dopo iniziando a collaborare con la giustizia si accusa del delitto Grassi e accusa Salvino Madonia di aver sparato.

“Prima di ammazzarlo lo pedinai per una settimana per controllare se si spostava in compagnia di qualcuno o se era scortato. Quando fummo certi che usciva sempre da solo, Salvatore Madonia decise di sparargli”, racconta Favaloro. Verso la fine dell’ agosto del ’91 Madonia mi portò in via Alfieri indicandomi un portone e l’ automobile dell’ uomo che mi disse di seguire per verificare se avesse persone che gli andavano dietro”. Favaloro obbedì. L’uomo che gli era stato detto di controllare e che indossava “sandali alla francescana” si muoveva da solo. “Il giorno stabilito per l’ omicidio, Madonia mi diede appuntamento nei pressi di un’ edicola in via Libertà. Madonia guidava un’ Alfa 33 di colore verde scuro ed io lo seguii con la mia automobile che parcheggiammo nei pressi dell’ abitazione dell’ obiettivo. Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. Quando quell’ uomo uscì dal portone dell’ edificio dove abitava, Madonia scese dall’ automobile con la pistola nascosta in mezzo a un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”.

La sentenza che ha condannato il Madonia all’ergastolo è ormai definitiva.

L’insegnamento di Libero Grassi è di enorme, stringente attualità, soprattutto in un momento in cui in tanti osservano che la c.d. mafia militare è stata sconfitta. La mafia, tutta la mafia, perché non esiste una mafia militare distinta da una mafia “politica” o “alta” come si diceva un tempo, potrà essere davvero sconfitta solo quando le denunce delle estorsioni diventeranno un fenomeno esteso e generalizzato. Ora non è ancora così.

Libero Grassi è stato davvero un grande italiano. In qualche modo il suo sacrificio ricorda quello di un altro grande italiano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli. In entrambi i casi infatti non si è davanti al sacrificio di magistrati o investigatori, uomini che per scelta fatta all’inizio della loro professione devono mettere in conto la possibilità che la mafia o altri poteri possano “fargliela pagare” in qualche modo. Nel caso dell’avvocato Ambrosoli e di Libero Grassi, il sacrificio dipende da una straordinaria manifestazione di impegno civile di due semplici cittadini, Non uomini dello Stato, ma essi stessi espressione, la più nobile e profonda della comunità nazionale.

Giovanni Falcone, un giudice italiano – La Storia siamo noi

Assegnate le borse di studio “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” 2017: fede e boss e infiltrazioni dei clan nel calcio tra i lavori premiati

Mafia e infiltrazioni nel mondo del calcio, la tutela dei minori cresciuti in contesti mafiosi, le nuove sfide della Chiesa di Papa Francesco nella lotta alla criminalità organizzata: sono solo alcuni dei lavori premiati con le borse di studio della Fondazione “Giovanni Falcone” e finanziate dall’Assemblea Regionale Siciliana con l’obiettivo di sviluppare l’attività di ricerca su temi legati alla criminalità con particolare riferimento alle mafie. I dieci vincitori sono tutti laureati in Giurisprudenza col massimo dei voti e hanno ricevuto un contributo di settemila euro. La consegna dei riconoscimenti si e’ tenuta questo pomeriggio nella sala Piersanti Mattarella di Palazzo Reale.
Erano presenti la presidente della Fondazione Falcone, professoressa Maria Falcone, il presidente dell’Assemblea
regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, e il direttore generale della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso. Alla
premiazione hanno partecipato anche i componenti della Commissione di valutazione Leonardo Guarnotta, segretario del Consiglio della Fondazione; Giuseppe Ayala, componente del Consiglio di Fondazione; Vincenzo Militello, professore ordinario di Diritto penale; Giuseppe Di Chiara, professore ordinario di Diritto processuale penale. attualita’ e impegneranno i vincitori in un lavoro di studio che si concluderà alla fine del 2018 con la presentazione dei
risultati.
Gli argomenti approfonditi hanno come tratto comune le infiltrazioni della criminalità organizzata e della corruzione
nel mondo legale e nella società. I vincitori scandaglieranno le potenzialità della confisca dei patrimoni nei reati contro la pubblica amministrazione, la prevenzione della corruzione nel sistema degli appalti, l’inquinamento mafioso delle imprese. E ancora le infiltrazioni del fenomeno mafioso nel mondo dello sport e in particolare nel calcio: dalla gestione delle scommesse alla proprietà delle società, soprattutto nelle categorie minori, utilizzate per il riciclaggio di danaro sporco e come “macchine di consenso”.

E’ scomparsa Rita Borsellino. Maria Falcone: “una combattente”

E’ scomparsa a 73 anni, dopo una lunga malattia, Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta, in via D’Amelio, 26 anni fa.  Dopo la morte del fratello, ha portato nelle istituzioni, nelle scuole e tra i giovani i valori della legalità.  “Con Rita Borsellino scompare una figura di grande umanità e una vera combattente per l’affermazione dei valori della legalità e della democrazia. – ricorda Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone – Reagì al grande dolore per la drammatica perdita del fratello Paolo con la determinazione di far continuare a vivere le idee per cui lui aveva lottato fino alla morte. Oltre all’impegno nelle istituzioni, è stata testimone, in particolare con i più giovani, dell’importanza della memoria nella costruzione di un futuro libero dalle mafie. La ricorderemo sempre con gratitudine e affetto”.

Cassarà, Montana e gli altri: il questore di Palermo, quella guerra combattuta anche in nome loro

Cassarà, Montana, Giuliano, Zucchetto, Antiochia, eroi loro malgrado nella stagione in cui Cosa nostra dichiarò guerra allo Stato,  li ha conosciuti nelle “carte” processuali o nei ricordi dei colleghi anziani. “Sono arrivato a Palermo negli anni delle stragi e alla sezione Catturandi della Squadra Mobile a metà anni ’90.  Pensare che lì aveva lavorato un uomo come Montana, o pensare all’esempio e al sacrificio di Cassarà e di Giuliano ha dato a me e a molti miei coetanei entrati in polizia in quel periodo quella rabbia, quella motivazione in più. Pensare che quel che facevi lo facevi anche per loro, per chi aveva perso la vita per il lavoro era una spinta ulteriore”. Da allora Renato Cortese, calabrese, classe 1964,  di strada ne ha fatta. Nel 1998 diventa dirigente della Catturandi e apre una stagione fondamentale nella caccia ai superlatitanti di mafia, nel 1996 concorre alla cattura di Giovanni Brusca, nel 1997 ottiene la promozione per merito straordinario al grado di commissario capo per l’arresto di Pietro Aglieri, nel 2006 pone fine all’oltre quarantennale latitanza del capo dei capi Bernardo Provenzano e viene promosso al grado superiore per merito straordinario. Già dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria e della Squadra Mobile di Roma, il 30 marzo 2015 diventa direttore del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Dal primo marzo torna a Palermo, stavolta da questore. “Stiamo parlando di persone straordinarie, di innovatori, di investigatori con un fiuto e una marcia in più – dice nel giorno in cui la polizia ricorda Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, trucidati da un commando mafioso il 6 agosto del 1985 a Palermo – Basta pensare che Boris Giuliano (vicequestore ucciso dalla mafia nel 1979), sentito dal Csm, chiese leggi speciali per contrastare la mafia già nel 1977. Poi ci vollero i morti, come Chinnici, per averle.  Lui, Cassarà e Montana erano investigatori geniali e i risultati delle loro indagini sono ancor più straordinari se si pensa ai mezzi di cui disponevano”. “In quegli anni – spiega Cortese –  già intercettare un telefono era una sorta di miracolo. Si lavorava con le fonti confidenziali e il resto erano pedinamenti, servizi di osservazione. Con quello che riuscivi a mettere insieme facevi il rapporto per la Procura. D’altronde i mezzi andavano di pari passo con la società che aveva enormi  limiti. Ora gli strumenti sono diversi ed è diversa anche la sensibilità della società”.

Eppure, nonostante le mille difficoltà Ninni Cassarà riuscì a mappare le famiglie mafiose palermitane e a dar copro al cosiddetto rapporto dei 162 che fu poi alla base del lavoro di Giovanni Falcone e del maxiprocesso.

“Un tratto comune a uomini come Cassarà – racconta Cortese – era la solitudine. Tutto sommato fare antimafia oggi è semplice, perché c’è un contesto dichiarato di antimafiosità. I Cassarà, in quegli anni, negli apparati erano mosche bianche, vivevano nella consapevolezza che erano soli e che non potevano fidarsi che di poche persone, mentre oggi è tutto lo Stato che vuole la lotta alla mafia”.

Da aprile in Questura a Palermo c’è un busto in ricordo di Ninni Cassarà, ucciso davanti all’allora giovane moglie mentre rincasava insieme all’agente Roberto Antiochia, ritornato a Palermo dalle ferie per non lasciare solo il suo capo.

“Palermo oggi – dice il questore – è  certamente diversa. Negli anni in cui sono arrivato  era indifferente, poi ci sono state le stragi ed è diventata una città in guerra, una città che viveva nella paura, impietrita. Il terrore si respirava, c’erano i militari agli angoli delle strade. Poi lo Stato lentamente ha recuperato il suo ruolo, si sono presi i latitanti anche se questo non vuol dire che la mafia è vinta. Cosa nostra va guardata nei suoi 150 anni di Storia, ha avuto cicli diversi di sconfitta e si è ripresa. Se si molla c’è sempre il rischio che una leadership torni a riprendere testa. La guardia deve essere sempre alta: specie dopo le recenti scarcerazioni”.

Nell’anniversario dell’omicidio, il cronista ricorda Gaetano Costa: ‘un magistrato lasciato solo’

Cominciai a conoscere Gaetano Costa sei mesi prima che il 10 luglio 1978 si insediasse come nuovo procuratore di Palermo. Aveva dovuto fare un’anticamera di sei mesi perché il procuratore generale Giovanni Pizzillo non gli aveva concesso il consueto «anticipato possesso» dell’ufficio. Palermo era alla vigilia di una mattanza che avrebbe decapitato le istituzioni con una catena di delitti eccellenti riconducibili a una strategia di sfida aperta allo Stato. Nel 1971 c’erano state già le prime avvisaglie con l’uccisione del procuratore Pietro Scaglione. Ma poi il segnale di allarme era stato sopraffatto dalle retate e dai processi contro alcuni pezzi dell’ala militare della mafia: tra clamori mediatici e inchieste che promettevano tanto e mantenevano poco si era tornati presto alla «normalità». Fino al 1977 quando a Ficuzza era stato ucciso il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Poi nel marzo 1978 a Cinisi la mafia aveva fatto saltare in aria Peppino Impastato, un giovane militante di sinistra che sbeffeggiava i capi intoccabili di Cosa nostra mentre ne denunciava traffici e delitti. E il 30 maggio 1978 era stato eliminato a Palermo il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, un mafioso dal «colletto bianco» che teneva i piedi in due staffe: uno nel sistema di potere regionale e un altro nella struttura di governo della mafia. Era un personaggio così influente e così «rispettato» che per il suo funerale in paese erano stati chiusi anche gli uffici pubblici e la sezione della Dc aveva esposto la bandiera a lutto. Non erano dunque mancati i segnali di un «nuovo corso» che avrebbe aperto una stagione criminale terrificante. Ma la mafia, evidentemente, non era considerata la prima emergenza se un ufficio come la Procura poteva restare per sei mesi senza una testa e senza una guida.

C’era in quella scelta una sottovalutazione fredda e burocratica? La visione miope di un cambio ordinario di poltrone? Una carsica diffidenza ambientale? C’era anche questo, pensammo noi cronisti, ma non era la causa principale di un clima di sorda contrapposizione con cui il procuratore avrebbe dovuto fare i conti. Per il suo passato antifascista e la lotta partigiana in Val Sesia si era subito guadagnato il soprannome di procuratore «rosso»: un comunista che arrivava con idee «rivoluzionarie» sul sistema mafioso e sul suo potere di «intermediazione concreta in ogni attività illecita, tra politica, finanze, banche, cittadino onorato e delinquenza associata ed organizzata». Nei suoi appunti questo profilo, fino a quel momento inedito, della mafia era diventato, tra le alternative possibili, il paradigma più convincente. Quindi lo strumento di analisi più idoneo per ogni strategia di contrasto. Alla capacità di mediazione la mafia univa ora un metodo terroristico che, durante la breve esperienza di Costa come procuratore, avrebbe uno dopo l’altro eliminato i protagonisti di un processo di rinnovamento e di rigenerazione che investiva la politica, il potere giudiziario, gli apparati investigativi e perfino l’informazione. Il 1979 era stato l’anno di svolta. La mafia aveva eliminato Mario Francese cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, il segretario della Dc Michele Reina, il giudice Cesare Terranova, tornato a indossare la toga dopo l’esperienza parlamentare e la collaborazione con Pio La Torre nella stesura della relazione di minoranza della Commissione antimafia. Ma il 1979 era stato anche l’anno di Michele Sindona, l’uomo che gestiva un impero finanziario inquinato con l’appoggio dei poteri occulti e della mafia siculo-americana. E il 1980 si era aperto con l’assassinio di Piersanti Mattarella, il presidente che voleva portare alla Regione l’aria fresca del rinnovamento mentre a maggio i sicari avevano ucciso a Monreale il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, uno dei più attenti protagonisti delle inchieste antimafia.

E mentre seguiva le tracce di tante storie per ricondurle a una sintesi unificante Costa avvertiva attorno a sé un clima di ostilità più mascherate che dichiarate. Sapeva di muoversi in un pantano pieno di trappole e per difendere la riservatezza di certe inchieste era costretto a parlarne con Rocco Chinnici nel chiuso di un ascensore di servizio che faceva su e giù prima di fermarsi al piano di destinazione, e a discorsi conclusi. Le sue cautele nei rapporti con noi cronisti erano in parte dovute a un carattere schivo e riservato e in parte alla necessità di frenare la diffusione di notizie che potevano avere origini interessate. Questo dovette pensare quando non esitò a promuovere, ora si può dire, giustamente un’inchiesta per capire da quale fonte avevo avuto alcune (scarne) indiscrezioni per descrivere sul Giornale di Sicilia un contesto e un’ipotesi investigativa sull’uccisione di Mario Francese.

L’isolamento di Costa era una condizione da tutti noi chiaramente percepita. Ma nessuno avrebbe mai pensato che potesse esplodere in una forma inquietante in una riunione nella quale si dovevano convalidare i 55 arresti compiuti dalla polizia, dopo l’agguato a Basile, tra le famiglie Spatola-Inzerillo-Gambino, il gruppo mafioso a quel tempo più ammanigliato con il potere politico e più coinvolto nel grande traffico della droga. Tutti i sostituti, tranne Vincenzo Geraci, espressero un dissenso già maturato in un incontro privato, in casa di uno di loro, rispetto alla tesi del procuratore per il quale la convalida avrebbe consentito una migliore verifica delle diverse posizioni.

Costa firmò da solo. I cronisti rimasti nei corridoi della Procura ad aspettare l’esito della riunione lo appresero dagli avvocati a loro volta informati da sostituti “dissenzienti”. Il circuito informativo aveva così prodotto l’esito dirompente che Leonardo Sciascia avrebbe denunciato in una interrogazione parlamentare. Il processo ha chiarito che la firma solitaria sulla convalida degli arresti ha certamente sovraesposto il procuratore ma non era l’unico movente. Costa era infatti l’espressione di una grande «anomalia» che lo accompagnava sin dalla nomina. E «anomala» era giudicata a palazzo di giustizia l’ostinazione con cui si era mosso per rimuovere le inerzie paralizzanti dell’azione giudiziaria e per affondare i colpi nei grandi affari di Cosa nostra con l’idea forte che bisognava cercare nei conti in banca le prove contro la mafia.

Questa svolta non poteva passare inosservata: nasceva da una lettura aggiornata del sistema di potere mafioso e ne coglieva i nuovi caratteri. Il metodo del «procuratore rosso» aveva per provocato, come lui stesso prevedeva, fenomeni di rigetto. Ma la sua eredità non è andata certamente dispersa: attorno a Chinnici stava crescendo la generazione dei Falcone e dei Borsellino, già pronta a riprendere e proseguire l’opera di Costa. Il corso della storia era ormai cambiato ma nel 1980 non tutti l’avevano ancora capito.

di Franco Nicastro

Scoperto comitato d’affari a Messina. Arrestati politici, imprenditori e mafiosi

Un comitato d’affari composto da politici locali, imprenditori, faccendieri e mafiosi teneva in scacco Messina condizionando l’attività amministrativa della città. Una storia di “ordinario” malaffare scoperta dalla Dda guidata da Maurizio De Lucia che ha ottenuto dal gip 13 misure cautelari. Personaggio chiave dell’inchiesta denominata “Terzo Livello” era l’ex presidente del Consiglio Comunale Emilia Barrile. Prima nel centrosinistra, poi passata al centrodestra per transitare alla fine a una lista civica sua, quella de i Leali, è risultata la più votata alle ultime elezioni comunali dove ha preso 2800 preferenze. La lista, però, non ha superato lo sbarramento del 5% e Barrile non è più tornata al Consiglio Comunale. La donna, che è ai domiciliari, é accusata di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, atti contrari a doveri ufficio e violazione dei doveri di imparzialità nei confronti della pubblica amministrazione. Tra gli indagati anche l’imprenditore della grande distribuzione Antonio Fiorino e il direttore generale della municipalizzata che gestisce i trasporti pubblici in città.

Secondo gli inquirenti, utilizzando il potere che le derivava dal ruolo, e facendo pressioni su dirigenti e funzionari comunali, Barrile agevolava le pratiche degli imprenditori che a lei si rivolgevano: come Fiorino, che sarebbe stato aiutato nel disbrigo delle pratiche amministrative e tutelato da imprese concorrenti. Barile avrebbe ostacolato l’apertura di un esercizio commerciale nella zona dell’imprenditore amico. “Le indagini – scrive il gip che ha disposto le misure cautelari – rivelano la consuetudine della Barrile allo sfruttamento del potere di influenza che deriva dal ruolo pubblico per esercitare pressioni su dirigenti e funzionari del Comune per garantire il pronto soddisfacimento di interessi privati facenti capo a un ristretto gruppo di imprenditori cittadini a lei collegati da un inquietante logica del do ut des, essenzialmente costituito con prospettiva di ritorno sia elettorale che di assunzioni di parenti vicini presso attività imprenditoriali”. Secondo gli investigatori, inoltre, la donna era il vero dominus di due coop, la Peloritana Servizi e la Universo Ambiente, che gestiva attraverso prestanomi. Grazie ad amicizie, come quella con un personaggio già coinvolto in un blitz antimafia con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, riusciva a gestire alcuni servizi di ristorazione e di fornitura di steward per il parcheggio all’interno dello stadio cittadino.