Carlo Alberto dalla Chiesa: cronaca di un delitto preventivo. Il ricordo dell’inviato del Corriere della Sera Giovanni Bianconi

di Giovanni Bianconi

È stato un uomo d’azione, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Che ha servito le istituzioni nei momenti d’emergenza e che nel pieno di un’emergenza è caduto. Lo spedirono a Palermo nella primavera del 1982, insanguinata dai morti ammazzati nella guerra tra cosche e dall’omicidio del segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ucciso insieme all’autista-guardia del corpo Lenin Mancuso il 30 aprile, alla vigilia della festa dei lavoratori. Un delitto mafioso, politico e simbolico pure per la data in cui fu consumato, che spinse il governo ad anticipare l’invio del generale appena nominato prefetto nella “città dei mille morti”, come risposta e segno di riscossa. A un simbolo abbattuto si reagì innalzandone un altro; abbattuto anche quello, poco dopo.

Solo a seguito dell’omicidio La Torre la legge che porta il suo nome fu approvata dal Parlamento, mettendo a disposizione dei magistrati il reato di associazione mafiosa e nuovi strumenti per colpire i patrimoni dei boss; ma ci vollero il  sacrificio del leader e – cento  giorni più tardi – quello di dalla Chiesa, assassinato la sera del 3 settembre insieme alla giovane moglie Emanuela (sposata nemmeno due mesi prima, il 10 luglio) e all’agente di scorta Domenico Russo. Una strage che determinò, in pochi giorni, il varo della legge Rognoni-La Torre che ancora oggi si applica pressoché quotidianamente nei tribunali di tutta Italia. Non più solo in Sicilia.

Il generale-prefetto fu eliminato prima ancora di avere il tempo di affrontare l’emergenza per cui era stato richiamato in servizio, seppure con una carica più adusa a cerimonie e tagli di nastri che a interventi concreti; ma a lui avevano promesso nuovi poteri, che tardarono ad arrivare (e non arrivarono). Tuttavia era logico aspettarsi che dalla Chiesa avrebbe trasformato quell’incarico in qualcosa di diverso e più incisivo, e per questo gli impedirono di cominciare a lavorare. Un delitto preventivo.

Ebbe il tempo di comprendere le caratteristiche della nuova mafia che avrebbe dovuto fronteggiare, quella dei corleonesi guidati da Totò Riina, grazie all’interpretazione degli omicidi commessi durante i cento giorni e alla lettura del famoso rapporto contro “Michele Greco + 160”, firmato dal capo della squadra mobile Ninni Cassarà, che fu la base del maxi-processo. Ed ebbe il tempo di denunciare, nella famosa intervista-testamento rilasciata in agosto a Giorgio Bocca, i contorni di un fenomeno che non s’era rinnovato solo perché aveva sostituto i kalashnikov alle lupare, ma soprattutto grazie alle collusioni e alleanze nel mondo imprenditoriale, oltre che politico. Un messaggio chiaro per i boss e i loro complici, che non potevano aspettarsi nulla di buono dal generale-prefetto.

Aveva capito, Carlo Alberto dalla Chiesa, che l’emergenza mafiosa era molto più grave è complicata rispetto a quella del terrorismo che aveva già combattuto e vinto, seppure osteggiato e ricacciato indietro dopo i primi successi. Solo all’indomani del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro lo Stato decise di affrontare seriamente il problema, e fu in grado di risolverlo anche grazie al lavoro e alle strategie del generale.

Con la mafia dalla Chiesa immaginava di si poter seguire la stesa strada, ma c’era una differenza fondamentale: mentre i terroristi erano schierati contro le istituzioni, e dunque le istituzioni unite a un certo punto decisero di fronteggiarli e sconfiggerli, i mafiosi avevano collegamenti e alleanze dentro le istituzioni, e non sarebbero bastate i proclami del potere e la sagacia investigativa di un carabiniere e qualche magistrato a toglierli di mezzo. Il generale nominato prefetto lo intuì, e solo per questo divenne un pericolo, un ostacolo da rimuovere prima ancora che potesse entrare in azione.

Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene. Un simbolo importante se Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di lasciare l’isola dell’Asinara- dove l’avevano deportato insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto. Un mese prima i killer corleonesi avevano ammazzato il commissario Ninni Cassarà, e sette anni più tardi sarebbe toccato a loro, Falcone e Borsellino. Altre stragi e altri simboli, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Caduti nella guerra combattuta da uomini dello Stato contro Cosa nostra e i suoi complici, annidati anche dentro lo Stato.

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