Papa Francesco ricorda don Puglisi: ‘non si può credere in Dio ed essere mafiosi’

Al Foro Italico di Palermo, davanti a
oltre centomila persone, giunto per onorare la memoria del beato
martire don Pino Puglisi a 25 anni dall’assassinio per mano
mafiosa, Papa Francesco ha levato la sua voce contro i boss.
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso
non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di
Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore,
non di uomini e donne di onore; di servizio, non di
sopraffazione”, ha detto. Poi, rinnovando il grido di papa
Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento nel ’93 si è rivolto agli uomini di Cosa nostra:
“Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e
sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo la vostra
stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte”.
Bergoglio, incontrando il clero nella cattedralePapa
palermitana, è tornato su un tema importante: l’uso che il
potere mafioso fa della pietà popolare, “molto diffusa in queste
terre”. ” Un tesoro che va apprezzato e custodito, perché ha in
sé una forza evangelizzatrice, ma sempre il protagonista deve
essere lo Spirito Santo. Vi chiedo perciò di vigilare
attentamente, affinché la religiosità popolare non venga
strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora, anziché
essere mezzo di affettuosa adorazione diventa veicolo di
corrotta ostentazione”, ha detto ai preti. Durante la visita ai luoghi di don Puglisi, la parrocchia di
San Gaetano al Quartiere Brancaccio, dove il sacerdote raccoglieva
ragazzi che distoglieva dalle sirene mafiose, e la sua casa, in
Piazzale Anita Garibaldi, davanti alla quale fu freddato la sera
del 15 settembre 1993 per volontà dei fratelli Filippo e
Giuseppe Graviano il Papa ha ricordato: “25 anni fa come oggi, quando morì nel giorno
del suo compleanno, don Pino coronò la sua vittoria col sorriso, con quel
sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale
disse: ‘c’era una specie di luce in quel sorriso'”.

Carlo Alberto dalla Chiesa: cronaca di un delitto preventivo. Il ricordo dell’inviato del Corriere della Sera Giovanni Bianconi

di Giovanni Bianconi

È stato un uomo d’azione, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Che ha servito le istituzioni nei momenti d’emergenza e che nel pieno di un’emergenza è caduto. Lo spedirono a Palermo nella primavera del 1982, insanguinata dai morti ammazzati nella guerra tra cosche e dall’omicidio del segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ucciso insieme all’autista-guardia del corpo Lenin Mancuso il 30 aprile, alla vigilia della festa dei lavoratori. Un delitto mafioso, politico e simbolico pure per la data in cui fu consumato, che spinse il governo ad anticipare l’invio del generale appena nominato prefetto nella “città dei mille morti”, come risposta e segno di riscossa. A un simbolo abbattuto si reagì innalzandone un altro; abbattuto anche quello, poco dopo.

Solo a seguito dell’omicidio La Torre la legge che porta il suo nome fu approvata dal Parlamento, mettendo a disposizione dei magistrati il reato di associazione mafiosa e nuovi strumenti per colpire i patrimoni dei boss; ma ci vollero il  sacrificio del leader e – cento  giorni più tardi – quello di dalla Chiesa, assassinato la sera del 3 settembre insieme alla giovane moglie Emanuela (sposata nemmeno due mesi prima, il 10 luglio) e all’agente di scorta Domenico Russo. Una strage che determinò, in pochi giorni, il varo della legge Rognoni-La Torre che ancora oggi si applica pressoché quotidianamente nei tribunali di tutta Italia. Non più solo in Sicilia.

Il generale-prefetto fu eliminato prima ancora di avere il tempo di affrontare l’emergenza per cui era stato richiamato in servizio, seppure con una carica più adusa a cerimonie e tagli di nastri che a interventi concreti; ma a lui avevano promesso nuovi poteri, che tardarono ad arrivare (e non arrivarono). Tuttavia era logico aspettarsi che dalla Chiesa avrebbe trasformato quell’incarico in qualcosa di diverso e più incisivo, e per questo gli impedirono di cominciare a lavorare. Un delitto preventivo.

Ebbe il tempo di comprendere le caratteristiche della nuova mafia che avrebbe dovuto fronteggiare, quella dei corleonesi guidati da Totò Riina, grazie all’interpretazione degli omicidi commessi durante i cento giorni e alla lettura del famoso rapporto contro “Michele Greco + 160”, firmato dal capo della squadra mobile Ninni Cassarà, che fu la base del maxi-processo. Ed ebbe il tempo di denunciare, nella famosa intervista-testamento rilasciata in agosto a Giorgio Bocca, i contorni di un fenomeno che non s’era rinnovato solo perché aveva sostituto i kalashnikov alle lupare, ma soprattutto grazie alle collusioni e alleanze nel mondo imprenditoriale, oltre che politico. Un messaggio chiaro per i boss e i loro complici, che non potevano aspettarsi nulla di buono dal generale-prefetto.

Aveva capito, Carlo Alberto dalla Chiesa, che l’emergenza mafiosa era molto più grave è complicata rispetto a quella del terrorismo che aveva già combattuto e vinto, seppure osteggiato e ricacciato indietro dopo i primi successi. Solo all’indomani del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro lo Stato decise di affrontare seriamente il problema, e fu in grado di risolverlo anche grazie al lavoro e alle strategie del generale.

Con la mafia dalla Chiesa immaginava di si poter seguire la stesa strada, ma c’era una differenza fondamentale: mentre i terroristi erano schierati contro le istituzioni, e dunque le istituzioni unite a un certo punto decisero di fronteggiarli e sconfiggerli, i mafiosi avevano collegamenti e alleanze dentro le istituzioni, e non sarebbero bastate i proclami del potere e la sagacia investigativa di un carabiniere e qualche magistrato a toglierli di mezzo. Il generale nominato prefetto lo intuì, e solo per questo divenne un pericolo, un ostacolo da rimuovere prima ancora che potesse entrare in azione.

Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene. Un simbolo importante se Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di lasciare l’isola dell’Asinara- dove l’avevano deportato insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto. Un mese prima i killer corleonesi avevano ammazzato il commissario Ninni Cassarà, e sette anni più tardi sarebbe toccato a loro, Falcone e Borsellino. Altre stragi e altri simboli, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Caduti nella guerra combattuta da uomini dello Stato contro Cosa nostra e i suoi complici, annidati anche dentro lo Stato.

Libero Grassi, l’eroe civile che disse no al racket. L’analisi e il ricordo del Procuratore di Messina Maurizio de Lucia

Libero Grassi, l’imprenditore che disse no al pizzo e pagò con la vita il suo coraggio, nel ricordo del procuratore di Messina Maurizio de Lucia, magistrato a lungo pm a Palermo dove ha condotto alcune tra le principali inchieste su mafia ed estorsioni degli ultimi anni.

Sono passati 27 anni da quel 29 agosto 1991. Alle 7,36 in una città che stentava a svegliarsi, Libero Grassi fu colpito alla schiena, da assassini ai quali erano bastati pochi appostamenti per stabilire l’ora migliore per l’omicidio.

La sua fabbrica, la Sigma, produceva pigiami, esportava anche all’estero, aveva 100 dipendenti, e nel 1990 fatturava sette miliardi di lire.

La colpa di Grassi, chiamato Libero in omaggio dei suoi al sacrificio di Giacomo Matteotti, non era solo quella di non aver pagato il pizzo, la sua colpa era di avere denunciato tutto e, soprattutto, di avere istigato alla ribellione quelli come lui. Lo aveva fatto nel modo più plateale possibile, scrivendo al principale quotidiano di Palermo sicuro che quel messaggio sarebbe arrivato a destinazione. Scelse il Giornale di Sicilia, all’epoca lo specchio fedele dell’anima della città. E in una lettera comparsa il 10 gennaio del 1991 spiegò perché un Mercante come lui non avrebbe ceduto un solo centesimo del proprio profitto ai grassatori delle cosche.

“Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere … Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Firmò così la sua condanna a morte. Ma in qualche modo consegnò alla storia della coscienza civile dell’intero Paese una verità scomoda e imbarazzante ancora oggi.

Palermo, oggi e ancora di più nell’ agosto 1991, è capoluogo di un’isola che resta in fondo alle classifiche del gettito fiscale, la riscossione del pizzo era ed è una macchina formidabile di esazione che non conosce zone franche ed evasori, né totali, né parziali. Agli uomini della mafia bastava chiedere per avere e attraverso quella tassa rinsaldare un legame, un rapporto che in un abbraccio mortale tiene insieme vittime ed estorsore. Un ricatto per chi la vive con violenza, un patto tacito, un accordo che promette sicurezza a fronte di cifre mai esagerate per la gran parte di quelli che accettano di sottostare.

Il collaboratore di giustizia Francesco Onorato ebbe a spiegare: «Le estorsioni sono un fatto normale, tranquillo, perfetto, cioè loro sono contenti di uscirli, perché è una forma… 500 mila lire al mese, e quindi per loro sono niente, perché lavorano e stanno tranquilli. Poi non sono mai maltrattati da nessuno. Sì, un accordo, proprio così».

Due mondi lontani, quello del libero mercato dei commerci e dell’imprenditoria e quello della cieca e bestiale violenza di contadini arricchiti e di guappi di periferia cresciuti a miseria e pistole, vengono in contatto, si saldano, si riconoscono e si legittimano vicendevolmente.

Nell’estorsione c’è una faccia della mafia che utilizza “l’industria della protezione privata”, secondo la definizione del sociologo Diego Gambetta, ma il cui profitto, comunque ragguardevole, non è principalmente quello economico quanto piuttosto l’accreditamento come canale di mediazione sociale a qualunque livello.

Questo aveva senz’altri ben chiaro Libero Grassi. Che ripeté il suo punto di vista l’11 aprile del 1991 in televisione a Samarcanda la trasmissione di Michele Santoro. E lo ribadì in una lettera che il Corriere della Sera pubblicò il giorno dopo la sua morte, il 30 agosto 1991. Era la testimonianza autentica, ancorché postuma, dei mesi che erano trascorsi tra le prime denunce, le uscite pubbliche e il gelo che aveva circondato quella solitaria ribellione. Ma anche un dito puntato contro le istituzioni impotenti, complici o timide. Non a caso Grassi citava la sentenza che aveva mandato assolti i cavalieri del lavoro catanesi Costanzo e Graci, scesi a patti con la mafia eppure considerati vittime in stato di necessità ambientale.

“La “Sigma” – scrisse Grassi – è un’azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione.

La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all’Ucciardone”. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “guardati tuo figlio”, “attento a te”. Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.

Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al “Giornale di Sicilia” che iniziava così: “Caro estortore…”. La mattina successiva qui in fabbrica c’erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione.

Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere “ispettori di sanità”. Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del “pizzo”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.

Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.

L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.

Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.

Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?

Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.

Il 24 aprile del 1992 è stato arrestato uno degli uomini di punta della famiglia mafiosa dei Madonia, quella che venne individuata dalle indagini come l’ideatrice del delitto: Marco Favaloro, commerciante d’auto. Un anno dopo iniziando a collaborare con la giustizia si accusa del delitto Grassi e accusa Salvino Madonia di aver sparato.

“Prima di ammazzarlo lo pedinai per una settimana per controllare se si spostava in compagnia di qualcuno o se era scortato. Quando fummo certi che usciva sempre da solo, Salvatore Madonia decise di sparargli”, racconta Favaloro. Verso la fine dell’ agosto del ’91 Madonia mi portò in via Alfieri indicandomi un portone e l’ automobile dell’ uomo che mi disse di seguire per verificare se avesse persone che gli andavano dietro”. Favaloro obbedì. L’uomo che gli era stato detto di controllare e che indossava “sandali alla francescana” si muoveva da solo. “Il giorno stabilito per l’ omicidio, Madonia mi diede appuntamento nei pressi di un’ edicola in via Libertà. Madonia guidava un’ Alfa 33 di colore verde scuro ed io lo seguii con la mia automobile che parcheggiammo nei pressi dell’ abitazione dell’ obiettivo. Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. Quando quell’ uomo uscì dal portone dell’ edificio dove abitava, Madonia scese dall’ automobile con la pistola nascosta in mezzo a un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”.

La sentenza che ha condannato il Madonia all’ergastolo è ormai definitiva.

L’insegnamento di Libero Grassi è di enorme, stringente attualità, soprattutto in un momento in cui in tanti osservano che la c.d. mafia militare è stata sconfitta. La mafia, tutta la mafia, perché non esiste una mafia militare distinta da una mafia “politica” o “alta” come si diceva un tempo, potrà essere davvero sconfitta solo quando le denunce delle estorsioni diventeranno un fenomeno esteso e generalizzato. Ora non è ancora così.

Libero Grassi è stato davvero un grande italiano. In qualche modo il suo sacrificio ricorda quello di un altro grande italiano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli. In entrambi i casi infatti non si è davanti al sacrificio di magistrati o investigatori, uomini che per scelta fatta all’inizio della loro professione devono mettere in conto la possibilità che la mafia o altri poteri possano “fargliela pagare” in qualche modo. Nel caso dell’avvocato Ambrosoli e di Libero Grassi, il sacrificio dipende da una straordinaria manifestazione di impegno civile di due semplici cittadini, Non uomini dello Stato, ma essi stessi espressione, la più nobile e profonda della comunità nazionale.

E’ scomparsa Rita Borsellino. Maria Falcone: “una combattente”

E’ scomparsa a 73 anni, dopo una lunga malattia, Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta, in via D’Amelio, 26 anni fa.  Dopo la morte del fratello, ha portato nelle istituzioni, nelle scuole e tra i giovani i valori della legalità.  “Con Rita Borsellino scompare una figura di grande umanità e una vera combattente per l’affermazione dei valori della legalità e della democrazia. – ricorda Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone – Reagì al grande dolore per la drammatica perdita del fratello Paolo con la determinazione di far continuare a vivere le idee per cui lui aveva lottato fino alla morte. Oltre all’impegno nelle istituzioni, è stata testimone, in particolare con i più giovani, dell’importanza della memoria nella costruzione di un futuro libero dalle mafie. La ricorderemo sempre con gratitudine e affetto”.

Cassarà, Montana e gli altri: il questore di Palermo, quella guerra combattuta anche in nome loro

Cassarà, Montana, Giuliano, Zucchetto, Antiochia, eroi loro malgrado nella stagione in cui Cosa nostra dichiarò guerra allo Stato,  li ha conosciuti nelle “carte” processuali o nei ricordi dei colleghi anziani. “Sono arrivato a Palermo negli anni delle stragi e alla sezione Catturandi della Squadra Mobile a metà anni ’90.  Pensare che lì aveva lavorato un uomo come Montana, o pensare all’esempio e al sacrificio di Cassarà e di Giuliano ha dato a me e a molti miei coetanei entrati in polizia in quel periodo quella rabbia, quella motivazione in più. Pensare che quel che facevi lo facevi anche per loro, per chi aveva perso la vita per il lavoro era una spinta ulteriore”. Da allora Renato Cortese, calabrese, classe 1964,  di strada ne ha fatta. Nel 1998 diventa dirigente della Catturandi e apre una stagione fondamentale nella caccia ai superlatitanti di mafia, nel 1996 concorre alla cattura di Giovanni Brusca, nel 1997 ottiene la promozione per merito straordinario al grado di commissario capo per l’arresto di Pietro Aglieri, nel 2006 pone fine all’oltre quarantennale latitanza del capo dei capi Bernardo Provenzano e viene promosso al grado superiore per merito straordinario. Già dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria e della Squadra Mobile di Roma, il 30 marzo 2015 diventa direttore del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Dal primo marzo torna a Palermo, stavolta da questore. “Stiamo parlando di persone straordinarie, di innovatori, di investigatori con un fiuto e una marcia in più – dice nel giorno in cui la polizia ricorda Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, trucidati da un commando mafioso il 6 agosto del 1985 a Palermo – Basta pensare che Boris Giuliano (vicequestore ucciso dalla mafia nel 1979), sentito dal Csm, chiese leggi speciali per contrastare la mafia già nel 1977. Poi ci vollero i morti, come Chinnici, per averle.  Lui, Cassarà e Montana erano investigatori geniali e i risultati delle loro indagini sono ancor più straordinari se si pensa ai mezzi di cui disponevano”. “In quegli anni – spiega Cortese –  già intercettare un telefono era una sorta di miracolo. Si lavorava con le fonti confidenziali e il resto erano pedinamenti, servizi di osservazione. Con quello che riuscivi a mettere insieme facevi il rapporto per la Procura. D’altronde i mezzi andavano di pari passo con la società che aveva enormi  limiti. Ora gli strumenti sono diversi ed è diversa anche la sensibilità della società”.

Eppure, nonostante le mille difficoltà Ninni Cassarà riuscì a mappare le famiglie mafiose palermitane e a dar copro al cosiddetto rapporto dei 162 che fu poi alla base del lavoro di Giovanni Falcone e del maxiprocesso.

“Un tratto comune a uomini come Cassarà – racconta Cortese – era la solitudine. Tutto sommato fare antimafia oggi è semplice, perché c’è un contesto dichiarato di antimafiosità. I Cassarà, in quegli anni, negli apparati erano mosche bianche, vivevano nella consapevolezza che erano soli e che non potevano fidarsi che di poche persone, mentre oggi è tutto lo Stato che vuole la lotta alla mafia”.

Da aprile in Questura a Palermo c’è un busto in ricordo di Ninni Cassarà, ucciso davanti all’allora giovane moglie mentre rincasava insieme all’agente Roberto Antiochia, ritornato a Palermo dalle ferie per non lasciare solo il suo capo.

“Palermo oggi – dice il questore – è  certamente diversa. Negli anni in cui sono arrivato  era indifferente, poi ci sono state le stragi ed è diventata una città in guerra, una città che viveva nella paura, impietrita. Il terrore si respirava, c’erano i militari agli angoli delle strade. Poi lo Stato lentamente ha recuperato il suo ruolo, si sono presi i latitanti anche se questo non vuol dire che la mafia è vinta. Cosa nostra va guardata nei suoi 150 anni di Storia, ha avuto cicli diversi di sconfitta e si è ripresa. Se si molla c’è sempre il rischio che una leadership torni a riprendere testa. La guardia deve essere sempre alta: specie dopo le recenti scarcerazioni”.

Nell’anniversario dell’omicidio, il cronista ricorda Gaetano Costa: ‘un magistrato lasciato solo’

Cominciai a conoscere Gaetano Costa sei mesi prima che il 10 luglio 1978 si insediasse come nuovo procuratore di Palermo. Aveva dovuto fare un’anticamera di sei mesi perché il procuratore generale Giovanni Pizzillo non gli aveva concesso il consueto «anticipato possesso» dell’ufficio. Palermo era alla vigilia di una mattanza che avrebbe decapitato le istituzioni con una catena di delitti eccellenti riconducibili a una strategia di sfida aperta allo Stato. Nel 1971 c’erano state già le prime avvisaglie con l’uccisione del procuratore Pietro Scaglione. Ma poi il segnale di allarme era stato sopraffatto dalle retate e dai processi contro alcuni pezzi dell’ala militare della mafia: tra clamori mediatici e inchieste che promettevano tanto e mantenevano poco si era tornati presto alla «normalità». Fino al 1977 quando a Ficuzza era stato ucciso il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Poi nel marzo 1978 a Cinisi la mafia aveva fatto saltare in aria Peppino Impastato, un giovane militante di sinistra che sbeffeggiava i capi intoccabili di Cosa nostra mentre ne denunciava traffici e delitti. E il 30 maggio 1978 era stato eliminato a Palermo il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, un mafioso dal «colletto bianco» che teneva i piedi in due staffe: uno nel sistema di potere regionale e un altro nella struttura di governo della mafia. Era un personaggio così influente e così «rispettato» che per il suo funerale in paese erano stati chiusi anche gli uffici pubblici e la sezione della Dc aveva esposto la bandiera a lutto. Non erano dunque mancati i segnali di un «nuovo corso» che avrebbe aperto una stagione criminale terrificante. Ma la mafia, evidentemente, non era considerata la prima emergenza se un ufficio come la Procura poteva restare per sei mesi senza una testa e senza una guida.

C’era in quella scelta una sottovalutazione fredda e burocratica? La visione miope di un cambio ordinario di poltrone? Una carsica diffidenza ambientale? C’era anche questo, pensammo noi cronisti, ma non era la causa principale di un clima di sorda contrapposizione con cui il procuratore avrebbe dovuto fare i conti. Per il suo passato antifascista e la lotta partigiana in Val Sesia si era subito guadagnato il soprannome di procuratore «rosso»: un comunista che arrivava con idee «rivoluzionarie» sul sistema mafioso e sul suo potere di «intermediazione concreta in ogni attività illecita, tra politica, finanze, banche, cittadino onorato e delinquenza associata ed organizzata». Nei suoi appunti questo profilo, fino a quel momento inedito, della mafia era diventato, tra le alternative possibili, il paradigma più convincente. Quindi lo strumento di analisi più idoneo per ogni strategia di contrasto. Alla capacità di mediazione la mafia univa ora un metodo terroristico che, durante la breve esperienza di Costa come procuratore, avrebbe uno dopo l’altro eliminato i protagonisti di un processo di rinnovamento e di rigenerazione che investiva la politica, il potere giudiziario, gli apparati investigativi e perfino l’informazione. Il 1979 era stato l’anno di svolta. La mafia aveva eliminato Mario Francese cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, il segretario della Dc Michele Reina, il giudice Cesare Terranova, tornato a indossare la toga dopo l’esperienza parlamentare e la collaborazione con Pio La Torre nella stesura della relazione di minoranza della Commissione antimafia. Ma il 1979 era stato anche l’anno di Michele Sindona, l’uomo che gestiva un impero finanziario inquinato con l’appoggio dei poteri occulti e della mafia siculo-americana. E il 1980 si era aperto con l’assassinio di Piersanti Mattarella, il presidente che voleva portare alla Regione l’aria fresca del rinnovamento mentre a maggio i sicari avevano ucciso a Monreale il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, uno dei più attenti protagonisti delle inchieste antimafia.

E mentre seguiva le tracce di tante storie per ricondurle a una sintesi unificante Costa avvertiva attorno a sé un clima di ostilità più mascherate che dichiarate. Sapeva di muoversi in un pantano pieno di trappole e per difendere la riservatezza di certe inchieste era costretto a parlarne con Rocco Chinnici nel chiuso di un ascensore di servizio che faceva su e giù prima di fermarsi al piano di destinazione, e a discorsi conclusi. Le sue cautele nei rapporti con noi cronisti erano in parte dovute a un carattere schivo e riservato e in parte alla necessità di frenare la diffusione di notizie che potevano avere origini interessate. Questo dovette pensare quando non esitò a promuovere, ora si può dire, giustamente un’inchiesta per capire da quale fonte avevo avuto alcune (scarne) indiscrezioni per descrivere sul Giornale di Sicilia un contesto e un’ipotesi investigativa sull’uccisione di Mario Francese.

L’isolamento di Costa era una condizione da tutti noi chiaramente percepita. Ma nessuno avrebbe mai pensato che potesse esplodere in una forma inquietante in una riunione nella quale si dovevano convalidare i 55 arresti compiuti dalla polizia, dopo l’agguato a Basile, tra le famiglie Spatola-Inzerillo-Gambino, il gruppo mafioso a quel tempo più ammanigliato con il potere politico e più coinvolto nel grande traffico della droga. Tutti i sostituti, tranne Vincenzo Geraci, espressero un dissenso già maturato in un incontro privato, in casa di uno di loro, rispetto alla tesi del procuratore per il quale la convalida avrebbe consentito una migliore verifica delle diverse posizioni.

Costa firmò da solo. I cronisti rimasti nei corridoi della Procura ad aspettare l’esito della riunione lo appresero dagli avvocati a loro volta informati da sostituti “dissenzienti”. Il circuito informativo aveva così prodotto l’esito dirompente che Leonardo Sciascia avrebbe denunciato in una interrogazione parlamentare. Il processo ha chiarito che la firma solitaria sulla convalida degli arresti ha certamente sovraesposto il procuratore ma non era l’unico movente. Costa era infatti l’espressione di una grande «anomalia» che lo accompagnava sin dalla nomina. E «anomala» era giudicata a palazzo di giustizia l’ostinazione con cui si era mosso per rimuovere le inerzie paralizzanti dell’azione giudiziaria e per affondare i colpi nei grandi affari di Cosa nostra con l’idea forte che bisognava cercare nei conti in banca le prove contro la mafia.

Questa svolta non poteva passare inosservata: nasceva da una lettura aggiornata del sistema di potere mafioso e ne coglieva i nuovi caratteri. Il metodo del «procuratore rosso» aveva per provocato, come lui stesso prevedeva, fenomeni di rigetto. Ma la sua eredità non è andata certamente dispersa: attorno a Chinnici stava crescendo la generazione dei Falcone e dei Borsellino, già pronta a riprendere e proseguire l’opera di Costa. Il corso della storia era ormai cambiato ma nel 1980 non tutti l’avevano ancora capito.

di Franco Nicastro

Scoperto comitato d’affari a Messina. Arrestati politici, imprenditori e mafiosi

Un comitato d’affari composto da politici locali, imprenditori, faccendieri e mafiosi teneva in scacco Messina condizionando l’attività amministrativa della città. Una storia di “ordinario” malaffare scoperta dalla Dda guidata da Maurizio De Lucia che ha ottenuto dal gip 13 misure cautelari. Personaggio chiave dell’inchiesta denominata “Terzo Livello” era l’ex presidente del Consiglio Comunale Emilia Barrile. Prima nel centrosinistra, poi passata al centrodestra per transitare alla fine a una lista civica sua, quella de i Leali, è risultata la più votata alle ultime elezioni comunali dove ha preso 2800 preferenze. La lista, però, non ha superato lo sbarramento del 5% e Barrile non è più tornata al Consiglio Comunale. La donna, che è ai domiciliari, é accusata di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, atti contrari a doveri ufficio e violazione dei doveri di imparzialità nei confronti della pubblica amministrazione. Tra gli indagati anche l’imprenditore della grande distribuzione Antonio Fiorino e il direttore generale della municipalizzata che gestisce i trasporti pubblici in città.

Secondo gli inquirenti, utilizzando il potere che le derivava dal ruolo, e facendo pressioni su dirigenti e funzionari comunali, Barrile agevolava le pratiche degli imprenditori che a lei si rivolgevano: come Fiorino, che sarebbe stato aiutato nel disbrigo delle pratiche amministrative e tutelato da imprese concorrenti. Barile avrebbe ostacolato l’apertura di un esercizio commerciale nella zona dell’imprenditore amico. “Le indagini – scrive il gip che ha disposto le misure cautelari – rivelano la consuetudine della Barrile allo sfruttamento del potere di influenza che deriva dal ruolo pubblico per esercitare pressioni su dirigenti e funzionari del Comune per garantire il pronto soddisfacimento di interessi privati facenti capo a un ristretto gruppo di imprenditori cittadini a lei collegati da un inquietante logica del do ut des, essenzialmente costituito con prospettiva di ritorno sia elettorale che di assunzioni di parenti vicini presso attività imprenditoriali”. Secondo gli investigatori, inoltre, la donna era il vero dominus di due coop, la Peloritana Servizi e la Universo Ambiente, che gestiva attraverso prestanomi. Grazie ad amicizie, come quella con un personaggio già coinvolto in un blitz antimafia con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, riusciva a gestire alcuni servizi di ristorazione e di fornitura di steward per il parcheggio all’interno dello stadio cittadino.

Mafia:colpo al tesoro di Matteo Messina Denaro. Sequestro da 60 mln a insospettabile vicino al boss

Finora per gli inquirenti è stato una sorta di signor nessuno, qualche precedente per reati economici e fallimentari, nessun coinvolgimento in inchieste su Cosa nostra. Per la Guardia di Finanza invece Giovanni Savalle, ragioniere iscritto all’albo dei commercialisti e imprenditore alberghiero – suo il resort Kempisnky di Mazara del Vallo – sarebbe uno dei ‘tesorieri’ del superlatitante Matteo Messina Denaro. Le Fiamme Gialle e il Ros, eseguendo un provvedimento del tribunale di Trapani, gli hanno sequestrato un patrimonio di 60 milioni di euro. L’ennesimo colpo al patrimonio dell’ultima primula rossa di Cosa nostra.
A parlare dei rapporti di Savalle col capomafia di Castelvetrano è il medico affiliato alla ndrangheta Marcello Fondacaro che ha reso dichiarazioni anche su un altro imprenditore del settore finito sotto inchiesta, l’ex patron del Valtur Carmelo Patti, poi morto. Fondacaro racconta che Savalle aveva rapporti col latitante attraverso il fratello della donna con cui il boss ha avuto una figlia. L’ex cognato del padrino e l’imprenditore dovevano realizzare un villaggio a Isola Capo Rizzuto che prevedeva la partecipazione al 33% di Cosa nostra e ndrangheta. Recentemente Savalle è stato rinviato a giudizio per falso in bilancio in concorso con il titolare di un grosso laboratorio di analisi e ambulatorio palermitano.

Rocco Chinnici, l’inventore del pool antimafia

Il giudice Rocco Chinnici divenne capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979. Fu l’inventore del ‘pool antimafia’, fu lui a chiamare accanto a se’ giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; ideò ed avviò per primo le indagini e le misure di prevenzione patrimoniali, strumento fondamentale di contrasto alle mafie. “Fu un antesignano nel cogliere l’importanza del coinvolgimento sociale, impegnandosi con incontri e dibattiti finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sui temi della lotta alla mafia,coinvolgendo in particolare i giovani”, ricorda Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci.

Il 29 luglio di 35 anni fa un’autobomba fu fatta esplodere sotto la sua casa, in via Pipitone Federico, a Palermo. Con lui morirono i carabinieri di scorta, il maresciallo ordinario Mario Trapassi, l’appuntato scelto Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

Palermo li ha ricordati con la deposizione di una corona d’alloro alla presenza del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Giovanni Nistri. Erano presenti anche il prefetto di Palermo Antonella De Miro e il sindaco Leoluca Orlando, oltre ai familiari delle vittime e numerose autorità civili e militari.

“A Chinnici si deve l’avere intuito in tutta la loro pericolosità le connessioni della mafia con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria, e l’aver promosso inedite strategie investigative, fondate sulla collaborazione fra i magistrati che svolgevano le indagini sul fenomeno. Il ricordo dell’appassionato impegno, umano e professionale, di Rocco Chinnici nel difendere le istituzioni e i cittadini dalla violenza e dalle vessazioni della criminalità organizzata resta indelebile nella memoria di tutti e rappresenta un prezioso e costante stimolo per la crescita della coscienza civile e della fiducia nello stato di diritto”, ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella.

39 anni fa l’omicidio di Boris Giuliano, il poliziotto ‘moderno’

Raccontano i testimoni che il killer, un giovanissimo Leoluca Bagarella, tremava come una foglia impugnando l’arma con cui stava per assassinare la sua vittima: Boris Giuliano, poliziotto moderno che si era formato all’accademia di Quantico dell’Fbi, l’investigatore che per primo scoprì che Cosa nostra raffinava l’eroina “in casa”.

Bagarella aspettò che entrasse, come faceva ogni mattina, nel bar sotto casa, il Bar Lux, in via Di Blasi, a Palermo. Lo chiamò perché si voltasse e fece fuoco. Era il 21 luglio del 1979 e quello di Giuliano fu uno dei primi omicidi eccellenti, spartiacque nella guerra che i clan dichiararono allo Stato.  Da allora sono trascorsi 39 anni e, nel giorno dell’anniversario della morte, la Polizia di Stato ha voluto ricordare la figura del poliziotto nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato, tra gli altri,  il questore Renato Cortese e il sindaco Leoluca Orlando.
Nato a Piazza Armerina nel 1930, grande lettore di gialli, una passione per le indagini, entrò in polizia nel 1962.  La sua formazione continuò negli Stati Uniti, dove strinse rapporti di collaborazione con l’FBI e la DEA.
Fiuto investigativo e una umanità rara, portò alla Mobile di Palermo un metodo nuovo: il lavoro di squadra. Riuscì a disegnare una mappa delle famiglie mafiose basandosi sugli omicidi commessi nei vari quartieri e nelle periferie, creò un archivio con le informazioni raccolte su ogni indagato.
Indagò sugli omicidi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mario Francese, e sull’agguato costato la vita al segretario provinciale di Palermo della DC, Michele Reina.
Sua l’intuizione  delle tratte della droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Un mese prima di morire, grazie al lavoro svolto con le agenzie federali statunitensi, FBI e DEA, sequestrò all’aeroporto di Palermo due valige con 500mila dollari, la parcella pagata da famiglie mafiose d’oltreoceano a quelle sicule per l’eroina. Pochi giorni dopo, all’aeroporto di New York, furono trovate delle borse con una partita di droga proveniente da Punta Raisi per un valore di 10 miliardi di dollari. Era la conferma del traffico di stupefacenti tra i clan dei Bontade, degli Spatola, e degli Izerillo e la mafia americana.