Le mani delle mafie sulle scommesse online, sequestri per un miliardo di euro

Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line. E’ quanto emerso da diverse indagini delle procure di Bari, Reggio Calabria e Catania, coordinate dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.  Sessantotto gli arresti e un sequestro di beni in Italia e all’estero per oltre un miliardo. Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non, scoperto dagli investigatori di Guardia di Finanza, Polizia e Carabinieri, è superiore ai 4,5 miliardi. I destinatari dei provvedimenti cautelari sono tutti importanti esponenti della criminalità organizzata pugliese, reggina e catanese, oltre a diversi imprenditori e prestanome. I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al trasferimento fraudolento di valori, dal riciclaggio all’autoriclaggio, dall’illecita raccolta di scommesse on line alla fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni. Dalle indagini è emerso che i gruppi criminali si erano spartiti e controllavano, con modalità mafiose, il mercato delle scommesse clandestine on line attraverso diverse piattaforme gestite dalle stesse organizzazioni. Il denaro accumulato illegalmente, il cui percorso è stato monitorato dalla Guardia di Finanza, veniva poi reinvestito in patrimoni immobiliari e posizioni finanziarie all’estero intestati a persone, fondazioni e società, tutte ovviamente schermate grazie alla complicità di diversi prestanome. E proprio per rintracciare il patrimonio accumulato ed effettuare i sequestri è stata fondamentale la collaborazione di Eurojust e delle autorità giudiziarie di Austria, Svizzera, Regno Unito, Isola di Man, Paesi Bassi, Curacao, Serbia, Albania, Spagna e Malta. La “politica presti attenzione” alle infiltrazioni delle mafie nel settore dei giochi e delle scommesse perché altrimenti “l’Italia non sarà in grado di decollare” e il sud “continuerà ad essere la zavorra dell’economia del paese”, ha commentato il Procuratore nazionale antimafia e Antiterrorismo Francesco Cafiero de Raho che ha coordinato le inchieste.

Giovanni Falcone tra “i grandi del Novecento”. A Milano la mostra “Promesse Mantenute”

“Promesse mantenute è una serie di ritratti di personaggi italiani che hanno fatto grande il XX secolo colti, però, nella loro dimensione infantile, quando ancora non si sarebbe potuto sapere né chi sarebbero diventati, né quale carriera avrebbero intrapreso da grandi; in altre parole, quando erano ancora degli ‘enigmi luminosi’”: così Marco Bussagli, professore presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, presenta la mostra dell’artista Antonella Capuccio esposta, fino al 18 dicembre 2018, allo SPAZIOBIGSANTAMARTA, a Milano. Settantaquattro ritratti di uomini e donne che hanno fatto grande il Novecento italiano donati  alla causa della ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare, condotta da anni dalla Fondazione Telethon. Le opere verranno messe all’asta e il ricavato interamente devoluto in beneficenza.  Tra i grandi del secolo scorso c’è il giudice Giovanni Falcone:  l’immensa sagoma della personificazione della Giustizia, con la bilancia in mano, dietro Giovanni Falcone bambino, che Antonella Cappuccio ha ritratto, traendo ispirazione da una foto messa a disposizione dalla famiglia. Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci e presidente della Fondazione Falcone ha visitato oggi la mostra.

La galleria dei ritratti è vasta e abbraccia eccellenze del mondo dell’arte, della poesia, della politica, del cinema, della letteratura e della scienza. Pertini, Pasolini, Montale, Agnelli, Pirandello, Quasimodo, Merini, Calvino, De Sica, Fellini, Levi Montalcini, Moro, Iotti, Sciascia, Gassman:  in un tentativo di scoprire  nei loro volti bambini il guizzo, la luce che li renderà protagonisti indimenticabili del Novecento italiano.

Corte Strasburgo condanna Italia per rinnovo 41bis a Provenzano. Maria Falcone, giudici non criticano il carcere duro

“La sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo non mette in discussione il 41/bis che, impedendo ai boss di continuare a comandare anche dal carcere e spezzando il legame dei capimafia col territorio, è stato e rimane uno strumento irrinunciabile nella lotta alla mafia. I risultati ottenuti in questi anni lo confermano. Sta poi ai magistrati (per Provenzano anche sulla base delle indicazioni dei medici) valutare nei singoli casi fino a quando è necessario mantenere il regime carcerario del 41/bis, che non è una pena afflittiva supplementare, ma unicamente il modo più efficace per impedire ai capi di Cosa Nostra di perseguire i loro scopi criminali anche dopo l’arresto”.  E’ il commento di Maria Falcone, presidente della Fondazione Falcone, alla notizia che la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché decise di continuare ad applicare il regime carcerario del 41bis a Bernardo Provenzano dal 23 marzo 2016 fino alla sua morte, nonostante le sue capacità cognitive fossero ridotte . Secondo i giudici, il ministero della Giustizia italiano ha violato il diritto di Provenzano a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Allo stesso tempo la Corte ha affermato che la decisione di continuare la detenzione di Provenzano non ha leso i suoi diritti.

Approvata risoluzione Onu su lotta alle mafie. Maria Falcone: “si realizza il sogno di Giovanni”

Una cooperazione investigativa e giudiziaria tra gli Stati più incisiva, aiuti e sostegni ai Paesi che hanno bisogno di assistenza, controlli sulla attuazione piena della Convenzione Onu contro la criminalità organizzata sottoscritta a Palermo nel 2000. Obiettivi finalmente possibili grazie all’approvazione della risoluzione Onu sul meccanismo di revisione della Convenzione approvata 19 anni fa e nata dall’intuizione di Giovanni Falcone sull’importanza della collaborazione tra i Paesi nella lotta alle mafie.  La risoluzione è stata votata all’unanimità, al termine della nona sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale tenutasi a Vienna.

“Oggi si realizza il sogno di Giovanni di una piena cooperazione tra gli Stati nella lotta alla criminalità organizzata. Davanti a mafie globali che operano ben oltre i confini nazionali, dare piena attuazione e migliorare la Convenzione di Palermo del 2000 era fondamentale”, dice Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci e presidente della Fondazione che del giudice porta il nome. “Giovanni aveva intuito quanto fosse importante un’azione comune a tutti i Paesi contro la criminalità organizzata – aggiunge – già negli anni ’80, quando, da pioniere, avviò la sua collaborazione con gli investigatori americani nell’inchiesta Pizza Connection. Il risultato raggiunto oggi è la realizzazione di una sua lungimirante visione”.

Alla Convenzione Onu di Palermo aderirono, nel 2000, 189 su 193 Paesi. Negli anni, al testo iniziale si sono aggiunti i Protocolli sulla lotta alla tratta di esseri umani, sul traffico illegale di migranti, sulla fabbricazione e sul traffico illeciti di armi da fuoco. Il meccanismo di revisione della Convenzione, votato oggi, consente di superare gli ostacoli che finora hanno impedito una piena attuazione di quello che è il primo strumento comune agli Stati nel contrasto a fenomeni criminali sempre più globali attraverso un controllo sulle legislazioni degli Stati, sull’organizzazione giudiziaria, sulle attività di repressione e prevenzione e sulle tecniche investigative.

La risoluzione approvata ha avuto la co-sponsorizzazione, tra gli altri, dell’Ue, degli Usa, della Cina, del Giappone e della Russia. La Convenzione di Palermo muove dall’intenzione di “avvicinare” le legislazioni nazionali nella lotta al crimine organizzato, sia sotto il profilo norme incriminatrici, sia sotto quello della prevenzione e mira a migliorare i meccanismi di cooperazione giudiziaria tra gli Stati. Il nucleo centrale è costituito dalla nozione di reato transnazionale commesso da organizzazioni criminali “stabili”. L’accordo impone agli Stati-parte la previsione di alcuni reati come l’ associazione criminale, il riciclaggio, la corruzione, l’intralcio alla giustizia, a cui si sono aggiunti la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e i reati legati alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco. Ai lavori di Vienna hanno partecipato 800 esperti e rappresentanti di diversi Stati. Per l’Italia all’apertura dei lavori c’era una delegazione composta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho, da Maria Falcone, dall’ambasciatrice e dal consigliere giuridico presso la rappresentanza permanente alle Organizzazioni Internazionali a Vienna Maria Assunta Accili Sabbatini e Antonio Balsamo.

L’Albero Falcone cresce anche a Ravenna, gemellaggio con Palermo nel nome dell’antimafia

Un gemellaggio nel nome dell’antimafia unisce da oggi Ravenna e Palermo. Nel corso di una cerimonia che si è svolta nel pomeriggio nella città romagnola, è stato piantato un “Albero Falcone” per ricordare la magnolia che si trova a Palermo davanti alla casa del giudice ucciso a Capaci, divenuta emblema della resistenza civile alla mafia e visitata ogni anno da centinaia di persone. L’albero “gemello” crescerà nel giardino comunale intitolato alle “Vittime innocenti di tutte le mafie- 21 marzo”. Alla manifestazione hanno partecipato Maria Falcone, sorella del giudice ucciso e presidente della Fondazione che porta il nome del magistrato, il procuratore generale di Bologna Ignazio de Francisci, per anni pm a Palermo amico e collega di Falcone, l’ex componente del pool antimafia Leonardo Guarnotta, il procuratore di Ravenna Alessandro Mancini, il prefetto Enrico Caterino e il sindaco di Ravenna Michele De Pascale.

“Per Palermo l’Albero, divenuto meta di un costante pellegrinaggio laico di cittadini, è emblema del riscatto di una società civile che, dopo la strage di Capaci, reagì ribellandosi a Cosa nostra e manifestando a noi familiari delle vittime, alle istituzioni e ai colleghi di Giovanni la voglia di affrancarsi dal giogo mafioso. – ha detto Maria Falcone – La città di Ravenna, che per il suo coraggio ha avuto la medaglia d’oro della Resistenza,  con questo gesto manifesta attenzione e sensibilità verso un fenomeno come quello mafioso, che, da tempo ormai, ha superato i confini siciliani”. Alla cerimonia erano presenti anche decine di ragazzi. “La scelta di un luogo frequentato da giovani – ha concluso Maria Falcone – è ancora più significativa perché, come diceva mio fratello, la mafia si vince solo facendo una battaglia culturale che coinvolga le nuove generazioni”.

Sforzi globali contro mafie globali: quale futuro per la Convenzione Onu di Palermo contro il crimine organizzato

 

“Servono sforzi globali contro mafie globali. Giovanni l’aveva intuito oltre 25 anni fa auspicando, quando ancora sembrava irrealizzabile, una cooperazione tra Stati nella lotta a un crimine organizzato capace di operare e fare affari ben oltre i confini nazionali”. Sono le parole di Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone, intervenuta a Vienna alla 9ª sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, promossa sotto la giurisdizione dell’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC).

A quasi 20 anni dalla firma, a Palermo, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, 800 tra rappresentanti di governi, esperti ed esponenti di organizzazioni della società civile si ritrovano nella capitale austriaca per fare un bilancio della sua applicazione e per discutere delle possibili modifiche imposte dalla costante evoluzione dei fenomeni criminali. Per l’Italia ha partecipato una delegazione composta oltre che da Maria Falcone, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho,  dal consigliere giuridico della Rappresentanza italiana Permanente nella sede dell’Onu a Vienna Antonio Balsamo e dal professor Nando Dalla Chiesa, docente alla facoltà di Scienze Politiche a Milano.

Al centro dei lavori, che si tengono dal 15 al 19 ottobre nella sede dell’Onu a Vienna, c’è l’approvazione delle regole di procedura del meccanismo di revisione della Convenzione di Palermo a 20 anni dalla sua sottoscrizione. Un appuntamento, quello dell’Onu, organizzato per “radiografare” la legislazione dei 189 Paesi che hanno aderito alla convenzione, negli anni arricchitasi dei Protocolli sul contrasto della tratta di esseri umani, sul traffico illegale di migranti, sulla fabbricazione e sul traffico illeciti di armi da fuoco. Nei 4 giorni di incontri i partecipanti alla Conferenza si scambieranno, inoltre, le informazioni necessarie per migliorare i meccanismi della cooperazione internazionale; faranno il punto sulle best practices dei diversi Stati, cercheranno di identificare le lacune che impediscono di contrastare efficacemente fenomeni criminali sempre più globali e cercheranno di individuare le riforme legislative e organizzative necessarie in tutti i paesi coinvolti, nella prospettiva di una armonizzazione degli ordinamenti giuridici.

La Convenzione di Palermo è diventata e continua a essere la base per un contrasto efficace delle mafie. Alle radici di quella che è ritenuta una pietra miliare c’è la visione di Giovanni Falcone, che, proprio un mese prima della strage di Capaci, partecipò alla prima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione della Criminalità e sulla Giustizia Penale, organizzata a Vienna ad aprile del 1992. Una data che ha segnato un salto di qualità nell’azione delle Nazioni Unite nel campo del diritto penale: da allora la cooperazione internazionale nella lotta alla grande criminalità è diventata tema centrale. In quello che fu il suo ultimo discorso pubblico in una conferenza internazionale, – ha ricordato Maria Falcone – Giovanni Falcone, che già dagli anni ‘80 collaborava con gli investigatori e l’autorità giudiziaria nell’inchiesta Pizza Connection, lanciò l’idea di una conferenza mondiale per porre le fondamenta di una cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata già allora fenomeno di dimensione non più soltanto nazionale. L’idea di Falcone portò alla Conferenza Ministeriale Mondiale di Napoli sulla Criminalità Organizzata Transnazionale del 1994: uno dei più importanti eventi mai organizzati dalle Nazioni Unite che portò all’approvazione all’unanimità della Naples Political Declaration and Global Action Plan against Organized Transnational Crime, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU. Seguirono le negoziazioni che hanno condotto, sei anni dopo, all’adozione della Convenzione di Palermo. In questo ambito, un ruolo importante è stato svolto anche dalla Fondazione Giovanni Falcone, che, in preparazione della sesta sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione della Criminalità e sulla Giustizia Penale, organizzò nel 1997 a Palermo un informal meeting sulla questione dell’elaborazione di una Convenzione internazionale contro la criminalità organizzata transnazionale. Ad aprire i lavori della 9ª sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale sono stati ieri il direttore esecutivo dell’UNODC Yury Fedotov e, tra gli altri, il presidente della Repubblica di Panama, Juan Carlos Varela Rodríguez.Maria Falcone ha partecipato allo special event sul tema “Lawfulness on stage. A theatre play on civic responses to organized crime”.

 

Scuola: Maria Falcone, la mafia è più forte dove c’è ignoranza

“La lotta contro la dispersione scolastica e l’emarginazione sociale dei nostri bambini e dei nostri ragazzi non è sacrosanta solo perché cerca di porre rimedio a insopportabili ingiustizie sociali, ma è fondamentale anche per l’affermazione della legalità. La mafia prospera più facilmente dove c’è ignoranza e degrado: è lì che arruola giovani cresciuti senza valori e senza prospettive. E’ un onore per me che il ministro Marco Bussetti e il presidente Nello Musumeci abbiano voluto inaugurare le iniziative che il MIUR e la Regione Siciliana intraprenderanno da quest’anno con questo importante obiettivo nella scuola intestata a mio fratello, Giovanni Falcone”. Lo ha detto la professoressa Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e presidente della Fondazione Falcone, commentando l’accordo di programma per il potenziamento e il miglioramento del sistema educativo siciliano presentato oggi dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e dall’assessore dell’Istruzione Roberto Lagalla nel corso di una iniziativa organizzata all’istituto comprensivo G.Falcone.
Bussetti è venuto in Sicilia per presentare le azioni che il Miur e la Regione Siciliana metteranno in campo a partire da quest’anno scolastico per contrastare la dispersione scolastica, potenziare l’offerta formativa rivolta agli studenti dell’Isola e favorire una maggiore collaborazione tra scuola e famiglie e una migliore inclusione degli alunni con disabilità.
“Contrastare la dispersione scolastica e l’emarginazione sociale – ha aggiunto Maria Falcone – è un impegno non solo a favore di quei giovani che, senza colpa, si trovano svantaggiati fin dalla più tenera età, ma è un investimento per tutta la società. Spero con tutto il cuore che l’iniziativa abbia successo e che si possa presto passare dalla sperimentazione a un intervento strutturale che coinvolga tutte le scuole”.

Papa Francesco ricorda don Puglisi: ‘non si può credere in Dio ed essere mafiosi’

Al Foro Italico di Palermo, davanti a
oltre centomila persone, giunto per onorare la memoria del beato
martire don Pino Puglisi a 25 anni dall’assassinio per mano
mafiosa, Papa Francesco ha levato la sua voce contro i boss.
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso
non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di
Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore,
non di uomini e donne di onore; di servizio, non di
sopraffazione”, ha detto. Poi, rinnovando il grido di papa
Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento nel ’93 si è rivolto agli uomini di Cosa nostra:
“Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e
sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo la vostra
stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte”.
Bergoglio, incontrando il clero nella cattedralePapa
palermitana, è tornato su un tema importante: l’uso che il
potere mafioso fa della pietà popolare, “molto diffusa in queste
terre”. ” Un tesoro che va apprezzato e custodito, perché ha in
sé una forza evangelizzatrice, ma sempre il protagonista deve
essere lo Spirito Santo. Vi chiedo perciò di vigilare
attentamente, affinché la religiosità popolare non venga
strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora, anziché
essere mezzo di affettuosa adorazione diventa veicolo di
corrotta ostentazione”, ha detto ai preti. Durante la visita ai luoghi di don Puglisi, la parrocchia di
San Gaetano al Quartiere Brancaccio, dove il sacerdote raccoglieva
ragazzi che distoglieva dalle sirene mafiose, e la sua casa, in
Piazzale Anita Garibaldi, davanti alla quale fu freddato la sera
del 15 settembre 1993 per volontà dei fratelli Filippo e
Giuseppe Graviano il Papa ha ricordato: “25 anni fa come oggi, quando morì nel giorno
del suo compleanno, don Pino coronò la sua vittoria col sorriso, con quel
sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale
disse: ‘c’era una specie di luce in quel sorriso'”.

Carlo Alberto dalla Chiesa: cronaca di un delitto preventivo. Il ricordo dell’inviato del Corriere della Sera Giovanni Bianconi

di Giovanni Bianconi

È stato un uomo d’azione, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Che ha servito le istituzioni nei momenti d’emergenza e che nel pieno di un’emergenza è caduto. Lo spedirono a Palermo nella primavera del 1982, insanguinata dai morti ammazzati nella guerra tra cosche e dall’omicidio del segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ucciso insieme all’autista-guardia del corpo Lenin Mancuso il 30 aprile, alla vigilia della festa dei lavoratori. Un delitto mafioso, politico e simbolico pure per la data in cui fu consumato, che spinse il governo ad anticipare l’invio del generale appena nominato prefetto nella “città dei mille morti”, come risposta e segno di riscossa. A un simbolo abbattuto si reagì innalzandone un altro; abbattuto anche quello, poco dopo.

Solo a seguito dell’omicidio La Torre la legge che porta il suo nome fu approvata dal Parlamento, mettendo a disposizione dei magistrati il reato di associazione mafiosa e nuovi strumenti per colpire i patrimoni dei boss; ma ci vollero il  sacrificio del leader e – cento  giorni più tardi – quello di dalla Chiesa, assassinato la sera del 3 settembre insieme alla giovane moglie Emanuela (sposata nemmeno due mesi prima, il 10 luglio) e all’agente di scorta Domenico Russo. Una strage che determinò, in pochi giorni, il varo della legge Rognoni-La Torre che ancora oggi si applica pressoché quotidianamente nei tribunali di tutta Italia. Non più solo in Sicilia.

Il generale-prefetto fu eliminato prima ancora di avere il tempo di affrontare l’emergenza per cui era stato richiamato in servizio, seppure con una carica più adusa a cerimonie e tagli di nastri che a interventi concreti; ma a lui avevano promesso nuovi poteri, che tardarono ad arrivare (e non arrivarono). Tuttavia era logico aspettarsi che dalla Chiesa avrebbe trasformato quell’incarico in qualcosa di diverso e più incisivo, e per questo gli impedirono di cominciare a lavorare. Un delitto preventivo.

Ebbe il tempo di comprendere le caratteristiche della nuova mafia che avrebbe dovuto fronteggiare, quella dei corleonesi guidati da Totò Riina, grazie all’interpretazione degli omicidi commessi durante i cento giorni e alla lettura del famoso rapporto contro “Michele Greco + 160”, firmato dal capo della squadra mobile Ninni Cassarà, che fu la base del maxi-processo. Ed ebbe il tempo di denunciare, nella famosa intervista-testamento rilasciata in agosto a Giorgio Bocca, i contorni di un fenomeno che non s’era rinnovato solo perché aveva sostituto i kalashnikov alle lupare, ma soprattutto grazie alle collusioni e alleanze nel mondo imprenditoriale, oltre che politico. Un messaggio chiaro per i boss e i loro complici, che non potevano aspettarsi nulla di buono dal generale-prefetto.

Aveva capito, Carlo Alberto dalla Chiesa, che l’emergenza mafiosa era molto più grave è complicata rispetto a quella del terrorismo che aveva già combattuto e vinto, seppure osteggiato e ricacciato indietro dopo i primi successi. Solo all’indomani del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro lo Stato decise di affrontare seriamente il problema, e fu in grado di risolverlo anche grazie al lavoro e alle strategie del generale.

Con la mafia dalla Chiesa immaginava di si poter seguire la stesa strada, ma c’era una differenza fondamentale: mentre i terroristi erano schierati contro le istituzioni, e dunque le istituzioni unite a un certo punto decisero di fronteggiarli e sconfiggerli, i mafiosi avevano collegamenti e alleanze dentro le istituzioni, e non sarebbero bastate i proclami del potere e la sagacia investigativa di un carabiniere e qualche magistrato a toglierli di mezzo. Il generale nominato prefetto lo intuì, e solo per questo divenne un pericolo, un ostacolo da rimuovere prima ancora che potesse entrare in azione.

Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene. Un simbolo importante se Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di lasciare l’isola dell’Asinara- dove l’avevano deportato insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto. Un mese prima i killer corleonesi avevano ammazzato il commissario Ninni Cassarà, e sette anni più tardi sarebbe toccato a loro, Falcone e Borsellino. Altre stragi e altri simboli, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Caduti nella guerra combattuta da uomini dello Stato contro Cosa nostra e i suoi complici, annidati anche dentro lo Stato.