Lo sport come scuola di legalità: l’Esercito e la Fondazione Falcone accanto ai ragazzi dello Zen

Una trentina di studenti dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone” di Palermo hanno incontrato la presidente della Fondazione Falcone, professoressa Maria Falcone, per discutere di mafia e legalità nell’ambito del progetto “Educazione alla cittadinanza” promosso dal 46° Reggimento Trasmissioni e dal Centro Universitario Sportivo di Palermo dell’Università di Palermo. Un incontro particolarmente sentito da docenti e ragazzi che vivono in un quartiere a rischio come lo Zen e frequentano una scuola che più volte è stata oggetto di atti vandalici.

“Ho parlato ai ragazzi di Giovanni Falcone raccontandogli di quanto amasse lo sport e di quanto ogni suo impegno rivelasse il suo essere perfezionista, il suo cercare di fare tutto al meglio mettendosi in discussione per raggiungere i risultati migliori”, ha detto Maria Falcone.

Il progetto coinvolge un centinaio di giovani studenti delle classi quarte e quinte dell’istituto palermitano del quartiere “San Filippo Neri” (Zen), accompagnati dai docenti e dagli insegnanti di sostegno. L’incontro di oggi si è tenuto nella Caserma “Euclide Turba”, sede del 46° Reggimento Trasmissioni. 

I ragazzi nei prossimi mesi saranno coinvolti in una serie di attività all’insegna dello sport, della salute e della legalità.

Il progetto, realizzato grazie alla collaborazione tra il 46° Reggimento Trasmissioni e l’Ateneo palermitano rappresenta anche un’occasione per affrontare il tema della prevenzione del fenomeno della dispersione scolastica nel quartiere.

Gli istruttori militari della “Turba”, insieme ai docenti del Centro Universitario Sportivo di Palermo, guidano gli alunni in un percorso che si concluderà in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, il 23 maggio 2019.

Grande soddisfazione è stata espressa dal Colonnello Adriano Russo, comandante del 46° Reggimento Trasmissioni e dal dirigente scolastico Daniela Lo Verde che hanno sottolineato la valenza culturale e formativa dell’attività sportiva come strumento di crescita sociale che mira alla diffusione dei valori della legalità tra i giovani.

 

Giovanni Falcone raccontato da La Compagnia dei Ragazzi al Piccolo Eliseo

E’ andato in scena il 19 febbraio, al Piccolo Eliseo a Roma,  lo spettacolo “per questo mi chiamo Giovanni” ispirato al libro di Luigi Garlando (Rizzoli editore, 2004) che ripercorre la vita e l’opera del magistrato Giovanni Falcone attraverso il dialogo tra un bambino di dieci anni, Giovanni che, a scuola, entra in contatto con la mentalità e la cultura mafiosa e suo padre, che per metterlo in guardia, decide di spiegargli perché ha scelto di chiamarlo proprio Giovanni. Anche lui, il padre, aveva subìto la vessazione e i ricatti della mafia ma, un giorno, decise di ribellarsi (pagandone le conseguenze) proprio in occasione della morte del magistrato che avviene lo stesso giorno in cui nasce il figlio a cui decide di dare nome Giovanni. Lo spettacolo, che ha avuto il patrocinio della Società Dante Alighieri e della Fondazione Falcone, è stato messo in scena da La Compagnia dei Ragazzi nata nel 2017 come laboratorio teatrale di studenti di seconda media, diretta da Mario Di Marco e Ivan D’Angelo. Il loro primo spettacolo, tratto dall’Inferno di Dante Alighieri, è stato un gran successo. Un anno dopo, nel giugno 2018, la replica ospitata nella prestigiosa sede della Società Dante Alighieri a Palazzo Firenze a Roma. Da qui, la sensibilizzazione e l’interesse del Piccolo Eliseo e la messa in scena del nuovo spettacolo “per questo mi chiamo Giovanni” che si avvale anche del contributo alla realizzazione delle scene dell’artista e socia della Compagnia, Ilaria Paccini. Nell’adattamento teatrale, gli autori, per rendere “corale” la messa in scena e dare spazio a tutti gli attori della Compagnia dei Ragazzi, immaginano i due protagonisti (Giovanni e il padre) a passeggio in vari luoghi della città di Palermo dove incontrano dei personaggi, non presenti nel libro, che aiutano il padre a raccontare al ragazzo la storia di Falcone. Rispetto al libro di Garlando, ci sono anche i riferimenti al “maxi processo” (con il sonoro delle voci di Tommaso Buscetta e altri imputati e testimoni) e a Rocco Chinnici, altro magistrato ucciso dalla mafia, che amava andare nelle scuole a parlare di mafia.

Da Treviso a Palermo per parlare di antimafia

Si chiama  “Noi Cittadini” ed è un percorso costruito attorno ai temi della legalità e del rapporto tra diritti e doveri dei cittadini il progetto che ha portato una classe dell’istituto IC 4 – Stefanini di Treviso alla Fondazione Falcone. Studenti e docenti hanno incontrato la professoressa Maria Falcone, presidente della Fondazione, per discutere di legalità e mafia. I ragazzi stanno approfondendo la conoscenza di argomenti come la lotta alla criminalità, i diritti dei migranti e dei rifugiati, i diritti dell’infanzia, i diritti della donna. Il progetto prevede la lettura di romanzi come “Per questo mi chiamo Giovanni”, laboratori teatrali e cinematografici, incontri-dibattito con personalità testimoni e protagoniste di alcuni dei fatti trattati (i ragazzi hanno incontrato un uomo della scorta del giudice Falcone e alcuni volontari dei campi profughi in Siria). A marzo parteciperanno alla giornata contro le mafie che si terrà a Padova.

Costruire la memoria attraverso i luoghi: ricerca di una studentessa palermitana sulle Stele di Capaci

Costruzione e definizione della memoria attraverso i luoghi e i monumenti: è l’oggetto della ricerca di Maria Giulia Franco, studentessa  palermitana del corso magistrale di Semiotica all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Nel suo lavoro Maria Giulia Franco analizza come una città come Palermo abbia costruito la memoria di un tragico passato e dei suoi protagonisti, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino assassinati dalla mafia nel 1992, anche attraverso i luoghi. “Il luogo in quanto unica traccia autentica dell’evento, -scrive –  conserverà una storia, una memoria, che farà sì che il senso originario subirà una trasformazione; il luogo infatti, sarà carico di un significato e  di un valore  altro rispetto alla sua condizione originaria, poiché non sarà solo l’evento accaduto a causarne una trasformazione  ma anche la costruzione del monumento, la cui presenza determinerà l’iscrizione di uno spazio simbolico”. “Il ricordo di quei fatti e di quegli anni è iscritto definitivamente nella storia della città di Palermo. – spiega – Qui la toponomastica di strade e piazze ha subito variazioni in seguito agli eventi di quegli anni. Infatti numerose sono le vie che portano i nomi delle vittime delle stragi, soprattutto magistrati e agenti di scorta. Sono stati costruiti monumenti come lapidi e stele; giardini e parchi sono stati intitolati alle vittime della lotta alla mafia divenendo così possibili tramiti per ricordare e costruire una memoria collettiva”. In particolare lo studio analizza le due Stele erette sull’autostrada Palermo-Mazara sventrata dal tritolo che uccise Falcone e il Giardino della Memoria che si trova sotto le due Stele.

Allegato

“La tutela dei minori cresciuti in famiglie mafiose”, “Chiesa, mafia e falsa fede”: presentate all’Ars le ricerche premiate con le borse di studio della Fondazione Falcone

La tutela dei minori cresciuti in contesti mafiosi e la decisione “estrema” di alcuni giudici calabresi di allontanarli dalle famiglie d’origine; la condanna della mafia da parte della Chiesa di Papa Francesco e la necessità di “purificare” i riti dalle infiltrazioni di Cosa nostra; i tentacoli dei clan sul calcio: sono alcune delle dieci ricerche premiate con le borse di studio della Fondazione “Giovanni Falcone”, finanziate dall’Assemblea Regionale Siciliana, nate con l’obiettivo di sviluppare l’attività di studio su temi legati alla criminalità con particolare riferimento alle mafie. I vincitori, tutti laureati in Giurisprudenza col massimo dei voti, hanno ricevuto un contributo di 7mila euro. Questo pomeriggio i progetti sono stati esposti all’Ars nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato la presidente della Fondazione Falcone, professoressa Maria Falcone e il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Micciché, i componenti della commissione di valutazione Leonardo Guarnotta, segretario del Consiglio della Fondazione, e Giuseppe Ayala. Contestualmente sono stati resi noti i vincitori delle borse di studio del 2018 che l’Ars, da quest’anno, ha portato a 15.  Tra i nuovi lavori premiati che verranno presentati nel 2019: “mafia e caporalato”, “minori non accompagnati e infiltrazioni mafiose”, “nuovi paradigmi di crimine informatico di stampo mafioso: il criptopizzo” , “il nuovo reato di depistaggio e le sue implicazioni nella lotta alla mafia”.

“Giovanni era convinto che la mafia si dovesse combattere non solo con la repressione, ma anche attraverso l’educazione delle nuove generazioni; perché il fenomeno mafioso è principalmente un fatto culturale e per contrastarlo é necessario affermare la cultura della legalità”, ha detto Maria Falcone. “Seguiamo i ragazzi in un percorso di legalità dalle scuole elementari alla laurea e queste borse di studio sono un biglietto da visita prestigioso per l’ingresso dei ragazzi nel mondo del lavoro”, ha spiegato.

“Quella delle borse di studio è una iniziativa che mi sta particolarmente a cuore soprattutto perché vengono assegnate dalla Fondazione nata in memoria di un grande magistrato come Giovanni Falcone”. Miccichè ha prospettato la possibilità di una convenzione con la Fondazione Falcone che istituisca stage all’Ars per i giovani laureati, una sorta di scuola politica che mostri ai partecipanti  i meccanismi di funzionamento dell’Assemblea Regionale.

Le ricerche presentate hanno approfondito diversi temi,  tutti di stretta attualità, come le potenzialità della confisca dei patrimoni nei reati contro la pubblica amministrazione, la prevenzione della corruzione nel sistema degli appalti, l’inquinamento mafioso delle imprese. E ancora le infiltrazioni del fenomeno mafioso nel mondo dello sport e in particolare nel calcio: dalla gestione delle scommesse, all’acquisizione della proprietà delle società, soprattutto nelle categorie minori, utilizzate per il riciclaggio di danaro sporco e come “macchine di consenso”.

Molto attuale e interessante la ricerca di Francesca Incandela su “L’allontanamento dei figli d’onore dal nucleo familiare e il ruolo delle donne”.  Una misura, quella dell’allontanamento dalle famiglie d’origine, adottata dai giudici calabresi per la peculiarità della ‘Ndrangheta che coinvolge direttamente i ragazzini nella commissione dei reati.  In Sicilia non si è arrivati a provvedimenti così radicali perché come ha osservato Francesco Micela, Presidente del Tribunale per i Minori di Palermo, la mafia siciliana evita di utilizzare i minori non tanto al fine di proteggerli quanto per proteggere se stessa, perché diffida di loro e li considera inesperti ed imprevedibili.  Nello studio si sottolinea poi come manchino norme che impongano di comunicare ai tribunali situazioni a rischio: tanto che in Calabria  dda e tribunali minorili hanno stipulato protocolli che dispongono uno scambio di informazioni in caso, ad esempio, di arresti per mafia. Nell’attesa dell’intervento del legislatore nazionale, anche tra gli uffici giudiziari del distretto palermitano c’è la volontà di predisporre protocolli di intesa sul modello di quelli calabresi. Ciò è testimoniato dal fatto che da un anno a questa parte si sono svolti con cadenza periodica diversi incontri informali e formali per discutere dell’argomento.

Chiesa, mafia e falsa fede: dal negazionismo all’antievangelicità. Ruoli, responsabilità e nuove sfide per Stato e Chiesa nella lotta alla criminalità organizzata” di Marianna Alessio è invece un’analisi storica, culturale e sociale del legame tra fede cristiana e devozione mafiosa e un excursus sull’atteggiamento della Chiesa: dal  negazionismo alle prese di posizione, prima solo dei singoli religiosi, fino all’anatema lanciato dalla Valle dei Templi, nel 1993, da Papa Giovanni Paolo II e rinnovato da Papa Francesco a settembre.  Un lungo capitolo dello studio è dedicato alle devozioni e celebrazioni religiose “patrocinate” dalla malavita organizzata non solo in Sicilia, ma in tutto il meridione. Emblematico quanto successo ad Oppido Mamertina, in Calabria, il 2 luglio 2014. La Madonna delle Grazie portata a spalla si ferma, inchinandosi, sotto la casa del boss ergastolano Peppe Mazzagatti. La scena si ripete a Paternò in provincia di Catania nel 2015 per la festa di Santa Barbara dove nel corso della processione si rende omaggio a un esponente del colon Santapaola detenuto ai domiciliari.

Infine la ricerca analizza i documenti delle Conferenze Episcopali fino alla lettera della Cesi (la Conferenza Episcopale Siciliana)  del maggio scorso dal titolo “Convertitevi!” in cui si legge, tra l’altro: “tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi. Le mafie sono strutture di peccato e -scrivono i vescovi -sono peccati non solo omicidi, stragi e traffici illeciti grandi e piccoli dentro e fuori la Sicilia (o l’Italia), ma anche l’omertà (il silenzio di chi diventa complice) e la mentalità mafiosa che si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione”.

I vescovi, ricordando il silenzio in cui per molto tempo la Chiesa è restata, ribadiscono la volontà di costruire il nuovo impegno pastorale non sulla base della mera parola ma dell’azione concreta.

Mafia: torna la Cupola. Un anziano boss alla guida della Commissione

Cosa nostra, dopo anni, aveva ricostruito la storica Cupola. Emerge da una indagine della dda di Palermo che ha disposto il fermo di 46 persone tra cui il nuovo capo dell’organizzazione, Settimo Mineo, 80 anni e una condanna al maxiprocesso istruito dal giudice Giovanni Falcone. Il fermo è stato eseguito dai carabinieri del comando provinciale. Le accuse per gli indagati sono di associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, porto abusivo di armi, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno in associazione mafiosa.  Ufficialmente gioielliere, un “curriculum” mafioso di decenni, Mineo, dopo la morte del boss Totò Riina, sarebbe stato designato al vertice della commissione provinciale che da anni ormai aveva smesso di riunirsi, segno che i clan avevano scelto di tornare alla struttura unitaria di un tempo. Riarrestato 12 anni fa era tornato libero dopo una condanna a 11 anni. L’anziano padrino, di cui già il pentito Tommaso Buscetta fece il nome agli inquirenti, aveva il terrore di essere intercettato e non usava telefoni. La Commissione provinciale di Cosa nostra sarebbe stata riconvocata il 29 maggio scorso: un summit che riporta alla vecchia mafia. Come ispirata alla tradizione sembra essere l’organizzazione di Cosa nostra. “Si è fatta comunque una bella cosa.. per me è una bella cosa questa.. molto seria… molto…con bella gente.. bella! grande! gente di paese.. gente vecchi gente di ovunque”, diceva il boss di Villabate Francesco Colletti, parlando della rinata commissione.“L’operazione antimafia di oggi,  che ha svelato come Cosa nostra continui a ricorrere agli anziani boss e tenti di ricostituire la ‘cupola’ nella provincia di Palermo, conferma la crisi profonda in cui versano i clan ma rende anche palese la protervia con cui questi criminali cercano di riconquistare il potere di un tempo e la rapidità con cui, dopo ogni colpo, tentano di rialzare la testa. –ha commentato maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone – Un monito per tutti i siciliani onesti e per le istituzioni a non abbassare mai la guardia: per lo Stato la priorità ora è la cattura del boss Messina Denaro”.

Falcone e Buscetta: un’alleanza contro la mafia nel racconto di una storica del Kuwait

Walah Al Sabah
Falcone e Buscetta, un’alleanza che ha distrutto Cosa nostra

“Io ti informo giudice, dopo questi colloqui con me tu diventerai una celebrità. Tuttavia proveranno a ditruggerti, sia fisicamente sia professionalmente, e proveranno a distruggere anche me”. Questo e’ quello che Tommaso Buscetta disse a Falcone all’inizio del processo anti-mafia piu’ grande della storia: il maxiprocesso, del 1986. Ma chi era Tommaso Buscetta?
RAI STORIA sta mandando in onda una nuova serie tv sul maxi processo e certamente Buscetta gioca un ruolo importante nella serie. Questo perche’ lui è stato “il pentito” le cui confessioni al giudice Falcone diventarono la base preliminare del maxi. Tommaso Buscetta “il boss dei due mondi” come veniva chiamato per la sua vasta influenza, fu uno dei primi pentiti a raccontare il meccanismo interno di Cosa Nostra. Chiese di poter avere un colloquio con Falcone semplicemente perche’ lui non aveva fiducia in nessun altro. Agli occhi di Buscetta, Falcone non era soltanto un giudice, era anche un uomo che poteva capire ogni tipo di persona, un uomo di legge la cui reputazione era nazionale e internazionale. Poiche’ lui era un noto e rispettabile magistrato, Falcone poté salvaguardare la vita di Buscetta dopo la sua confessione. Allo stesso modo, Falcone potè salvaguardare la vita di tutti gli altri pentiti. Potè fare questo con tutti coloro che erano pronti per un nuovo inizio, una nuova vita pulita, dopo la mafia. Falcone fu anche un pioniere nell’introdurre in Italia il programma di protezione dei testimoni.
Dopo la prima e la seconda guerra di mafia in Sicilia, nelle quali molti degli alleati di Buscetta furono eliminati (in particolare i mafiosi delle famiglie Bontade e Porta Nuova), Buscetta decise di fuggire in Brasile. Tuttavia nel 1984, due anni prima dell’inizio del maxi processo, Falcone volò in Brasile per incontrarlo. Questo fu l’inizio della vera guerra contro Cosa Nostra. Una guerra di informazioni che finalmente pose fine ad ogni dubbio sull’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata Cosa Nostra. E ciò fu possibile anche perché un grande e importante membro di Cosa Nostra decise di tradirla. Le confessioni di Buscetta furono un forte colpo per la mafia.
Buscetta spiego’ tutto a Falcone, dai rituali mafiosi, alle ragioni che portarono alla prima e alla seconda guerra di mafia, ai nomi delle famiglie che controllavano il traffico di droga verso gli Stati Uniti. Le sue confessioni fecero la differenza non solo in Italia, ma anche in America, portando alla luce, come ho scritto nel mio precedente articolo, la “pizza connection”.
La prima e la seconda guerra di mafia furono lotte di potere e niente di più, come Buscetta ha confessato e come Falcone ha scritto nel suo libro, “Cose di Cosa Nostra” scritto in collaborazione con la giornalista Marcelle Padovani. Il traffico di eroina che Cosa Nostra controllava e monopolizzava tra il 1974 e il 1977 diede ai clan un potere economico che ne accrebbe l’importanza. Nel 1980 Cosa Nostra divenne la piu’ grande esportatrice di eroina verso gli Stati Uniti. Era anche specializzata nella raffinazione dell’eroina. Ma oggi tutto è cambiato. Un’altra mafia ha preso il controllo del traffico di droga in Italia. L’aumento della ricchezza ha causato problemi di potere all’interno delle famiglie mafiose, che hanno portato alle guerre di mafia. Il risultato di queste guerre fu che il potere passò ai Corleonesi. Buscetta faceva parte del gruppo che uscì sconfitto e quando i suoi alleati furono sistematicamente eliminati, scappò in Brasile.
Cosa Nostra ordinò persino l’uccisione dei suoi figli.
Buscetta spiegò a Falcone la gerarchia dell’organizzazione. Ogni famiglia mafiosa aveva un capo, e ogni capo aveva sotto di lui affiliati che obbedivano ai suoi ordini. Per essere un membro della mafia, non dovevi essere collegato con la polizia, essere pronto ad usare la violenza non appena ti venisse richiesto.
Chiunque fosse voluto uscire dalla mafia, lo avrebbe fatto versando il suo sangue, che significava essere ucciso. Entri nella mafia col sangue, la lasci col sangue.
Falcone aveva bisogno di un uomo come Buscetta, uno che stave dentro e che conosceva Cosa Nostra molto bene. Buscetta, dal canto suo, aveva bisogno di un uomo di legge potente come Falcone, un uomo che non era tentato dai soldi della mafia e che non era intimidito dalle sue minacce. Falcone, come ogni uomo, temeva per la sua vita come per quella dei suoi cari, ma tutti noi abbiamo paura. Tutti noi temiamo qualcosa. Alcuni di noi continuano nonostante la paura e questo è il coraggio. Questo è quello che Falcone era: un uomo coraggioso.
Buscetta e Falcone provenivano da due poli opposti. Buscetta era nato in un contesto saturo di mafia, mentre Falcone era nato in una famiglia della classe media, una famiglia severa, onorata e non legata in alcun modo con la mafia. Tuttavia si allearono per combattere la mafia. Si puo’ affermare che, in un certo qual modo, anche Buscetta fu un eroe come Falcone.
Il maxi processo iniziò nel Febbraio 1986 e si concluse nel 1992, quattro mesi prima dell’omicidio di Falcone. Le confessioni di Buscetta furono importanti, in quanto base preliminare dalla quale i magistrati poterono procedere con il più grande processo anti-mafia della storia.
Riguardo Falcone, questo uomo e giudice non fu mai condiscendente con i pentiti. Non era un narcisista, a dispetto della oltraggiosa campagna contro la sua persona. Al contrario, capì i pentiti e andò oltre affermando che erano uomini esattamente come tutti gli altri. Quando il cappio si stringeva intorno ai loro colli, correvano da Falcone. Loro sapevano che lui era pronto ad ascoltarli con molta pazienza e nessun giudizio.
Grazie giudice Falcone. Se tu ci hai insegnato qualcosa è proprio che per ottenere quello che si vuole, servono abilità e competenza. Basta guardare le interviste di Falcone per capire quanto fosse saggio e paziente. Un uomo che ha risposto a minacce e pericolo con un sorriso rassegnato e una serenità che intimorirono anche i suoi più spietati nemici.

Walah Al Sabah è una ricercatrice di Storia Classica presso l’Università del Kuwait. Ha 30 anni e un master in Storia Antica e ha scritto una tesi sul contributo del Beduini del Sinai nella vittoria militare degli imperi Achemenidi e Assiri.

Il suo account instagram è @historylovin

“U Muschittieri”, presentato al RIFF Festival il film su Falcone bambino

Anche Giovanni Falcone è stato bambino e come tutti i bambini ha avuto paura: ma fin da piccolo davanti alle paure non è scappato. Le ha affrontare e le ha vinte. E ha capito, come ha poi spesso detto da adulto a chi gli chiedeva se il rischio a cui era continuamente sottoposto non lo spaventasse, che non avere paura è impossibile, innaturale. Il segreto è non farsi fermare, imparare a convivere con i propri timori. Di Giovanni Falcone bambino parla il cortometraggio del regista pugliese Vito Palumbo “U Muschittìeri”, prodotto da Recplay di Roberta Putignano, Intergea di Donatella Altieri srl e Beagle Media di Vincenzo De Marco in coproduzione con Rai Cinema, con il supporto del MiBAC e dell’Apulia Film Commission e con il patrocinio morale della Fondazione Falcone e del Comune di Palermo. La produzione esecutiva è stata curata da Recplay.
Un’idea, quella di Palumbo, vincitore del Premio speciale della giuria ai Nastri d’Argento 2015 con il suo corto “Child K” sull’olocausto dei disabili per mano nazista, che prende spunto dal racconto dello scrittore palermitano Angelo Di Liberto “Il bambino Giovanni Falcone. Un ricordo d’infanzia”.
U Muschittieri” di Vito Palumbo è stato presentato ieri in prima nazionale al festival RIFF di Roma. Alla proiezione è seguito un dibattito sulla figura di Giovanni Falcone a cui hanno partecipato la presidente della Fondazione Falcone, la professoressa Maria Falcone, il regista Vito Palumbo, per la RAI Carlo Brancaleoni, lo scrittore Di Liberto.
“Non si deve essere necessariamente eroi per combattere il male” spiega Palumbo, innamoratosi della storia di Di Liberto, sceneggiatore del corto insieme a Giuseppe Triarico, Giuseppe Isoni, Andrea Brusa.
“Il mio intento è stato quello di far conoscere la figura di Giovanni Falcone anche alle nuove generazioni che non c’erano negli anni in cui il giudice è vissuto e ha operato. – dice – E volevo farlo in un certo senso smitizzando il personaggio, nel racconto di lui bambino. Volevo raccontare una storia vera di umanità e coraggio, di un bambino normalissimo, come tutti gli altri, che lo riavvicini a noi e ci faccia credere che il miracolo possa ripetersi”.
“ Il film – dice Maria Falcone – coglie un aspetto che io sottolineo spesso e cioè che per combattere certe battaglie non si deve necessariamente essere eroi e questo era una cosa che Giovanni diceva spesso. Ognuno di noi ha le sue paure. Lui diceva che sarebbe stato da incoscienti non averne, ma le paure vanno affrontate e superate e non si deve diventarne ostaggi”.
Ad interpretare il piccolo Giovanni Falcone è Gabriele Provenzano, già presente nella “Mafia uccide solo d’estate 2”; accanto a lui, nei panni di Maria Falcone, la piccola Daria Civilleri. Nei ruoli dei genitori di Giovanni, due attori di grande prestigio come David Coco (L’uomo di vetro, Il cacciatore) e Simona Cavallari (Il capo dei Capi , Squadra antimafia–Palermo oggi). Direttore della fotografia è il maestro Daniele Ciprì.

Studenti del San Carlo di Milano incontrano Maria Falcone

Cento studenti liceali del collegio San Carlo di Milano, in viaggio d’istruzione in Sicilia, hanno incontrato a Palermo la presidente e il segretario generale della Fondazione Falcone, la professoressa Maria Falcone e l’ex presidente del tribunale Leonardo Guarnotta. L’incontro si inquadra in un percorso di educazione alla legalità che i ragazzi affrontano nel corso dell’anno scolastico anche attraverso letture e film. Quest’anno sono state approfondite dagli studenti  le figure del giudice ucciso a Capaci e di don Pino Puglisi, il sacerdote assassinato dalla mafia nel 1993. “Quel che è venuto fuori durante l’incontro con la professoressa Falcone e il giudice Guarnotta – spiegano il rettore della scuola don Alberto Torriani, e la preside Antonella Sacchi – è l’importanza del ruolo che ciascuno, nel proprio ambito, può avere nell’affermazione della legalità e del bene comune.  Tentiamo di insegnare ai nostri ragazzi che per essere buoni cittadini non è necessario compiere atti di eroismo, ma farsi carico dei problemi degli altri, mostrare attenzione verso chi ci sta vicino”.  Una lezione che è stata ribadita da Guarnotta, ex membro del pool antimafia di cui Falcone e il giudice Paolo Borsellino facevano parte.

Le mani delle mafie sulle scommesse online, sequestri per un miliardo di euro

Le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line. E’ quanto emerso da diverse indagini delle procure di Bari, Reggio Calabria e Catania, coordinate dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.  Sessantotto gli arresti e un sequestro di beni in Italia e all’estero per oltre un miliardo. Il volume delle giocate, riguardanti eventi sportivi e non, scoperto dagli investigatori di Guardia di Finanza, Polizia e Carabinieri, è superiore ai 4,5 miliardi. I destinatari dei provvedimenti cautelari sono tutti importanti esponenti della criminalità organizzata pugliese, reggina e catanese, oltre a diversi imprenditori e prestanome. I reati contestati, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa al trasferimento fraudolento di valori, dal riciclaggio all’autoriclaggio, dall’illecita raccolta di scommesse on line alla fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni. Dalle indagini è emerso che i gruppi criminali si erano spartiti e controllavano, con modalità mafiose, il mercato delle scommesse clandestine on line attraverso diverse piattaforme gestite dalle stesse organizzazioni. Il denaro accumulato illegalmente, il cui percorso è stato monitorato dalla Guardia di Finanza, veniva poi reinvestito in patrimoni immobiliari e posizioni finanziarie all’estero intestati a persone, fondazioni e società, tutte ovviamente schermate grazie alla complicità di diversi prestanome. E proprio per rintracciare il patrimonio accumulato ed effettuare i sequestri è stata fondamentale la collaborazione di Eurojust e delle autorità giudiziarie di Austria, Svizzera, Regno Unito, Isola di Man, Paesi Bassi, Curacao, Serbia, Albania, Spagna e Malta. La “politica presti attenzione” alle infiltrazioni delle mafie nel settore dei giochi e delle scommesse perché altrimenti “l’Italia non sarà in grado di decollare” e il sud “continuerà ad essere la zavorra dell’economia del paese”, ha commentato il Procuratore nazionale antimafia e Antiterrorismo Francesco Cafiero de Raho che ha coordinato le inchieste.