Approvata risoluzione Onu su lotta alle mafie. Maria Falcone: “si realizza il sogno di Giovanni”

Una cooperazione investigativa e giudiziaria tra gli Stati più incisiva, aiuti e sostegni ai Paesi che hanno bisogno di assistenza, controlli sulla attuazione piena della Convenzione Onu contro la criminalità organizzata sottoscritta a Palermo nel 2000. Obiettivi finalmente possibili grazie all’approvazione della risoluzione Onu sul meccanismo di revisione della Convenzione approvata 19 anni fa e nata dall’intuizione di Giovanni Falcone sull’importanza della collaborazione tra i Paesi nella lotta alle mafie.  La risoluzione è stata votata all’unanimità, al termine della nona sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale tenutasi a Vienna.

“Oggi si realizza il sogno di Giovanni di una piena cooperazione tra gli Stati nella lotta alla criminalità organizzata. Davanti a mafie globali che operano ben oltre i confini nazionali, dare piena attuazione e migliorare la Convenzione di Palermo del 2000 era fondamentale”, dice Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci e presidente della Fondazione che del giudice porta il nome. “Giovanni aveva intuito quanto fosse importante un’azione comune a tutti i Paesi contro la criminalità organizzata – aggiunge – già negli anni ’80, quando, da pioniere, avviò la sua collaborazione con gli investigatori americani nell’inchiesta Pizza Connection. Il risultato raggiunto oggi è la realizzazione di una sua lungimirante visione”.

Alla Convenzione Onu di Palermo aderirono, nel 2000, 189 su 193 Paesi. Negli anni, al testo iniziale si sono aggiunti i Protocolli sulla lotta alla tratta di esseri umani, sul traffico illegale di migranti, sulla fabbricazione e sul traffico illeciti di armi da fuoco. Il meccanismo di revisione della Convenzione, votato oggi, consente di superare gli ostacoli che finora hanno impedito una piena attuazione di quello che è il primo strumento comune agli Stati nel contrasto a fenomeni criminali sempre più globali attraverso un controllo sulle legislazioni degli Stati, sull’organizzazione giudiziaria, sulle attività di repressione e prevenzione e sulle tecniche investigative.

La risoluzione approvata ha avuto la co-sponsorizzazione, tra gli altri, dell’Ue, degli Usa, della Cina, del Giappone e della Russia. La Convenzione di Palermo muove dall’intenzione di “avvicinare” le legislazioni nazionali nella lotta al crimine organizzato, sia sotto il profilo norme incriminatrici, sia sotto quello della prevenzione e mira a migliorare i meccanismi di cooperazione giudiziaria tra gli Stati. Il nucleo centrale è costituito dalla nozione di reato transnazionale commesso da organizzazioni criminali “stabili”. L’accordo impone agli Stati-parte la previsione di alcuni reati come l’ associazione criminale, il riciclaggio, la corruzione, l’intralcio alla giustizia, a cui si sono aggiunti la tratta di esseri umani, il traffico di migranti e i reati legati alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco. Ai lavori di Vienna hanno partecipato 800 esperti e rappresentanti di diversi Stati. Per l’Italia all’apertura dei lavori c’era una delegazione composta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho, da Maria Falcone, dall’ambasciatrice e dal consigliere giuridico presso la rappresentanza permanente alle Organizzazioni Internazionali a Vienna Maria Assunta Accili Sabbatini e Antonio Balsamo.

L’Albero Falcone cresce anche a Ravenna, gemellaggio con Palermo nel nome dell’antimafia

Un gemellaggio nel nome dell’antimafia unisce da oggi Ravenna e Palermo. Nel corso di una cerimonia che si è svolta nel pomeriggio nella città romagnola, è stato piantato un “Albero Falcone” per ricordare la magnolia che si trova a Palermo davanti alla casa del giudice ucciso a Capaci, divenuta emblema della resistenza civile alla mafia e visitata ogni anno da centinaia di persone. L’albero “gemello” crescerà nel giardino comunale intitolato alle “Vittime innocenti di tutte le mafie- 21 marzo”. Alla manifestazione hanno partecipato Maria Falcone, sorella del giudice ucciso e presidente della Fondazione che porta il nome del magistrato, il procuratore generale di Bologna Ignazio de Francisci, per anni pm a Palermo amico e collega di Falcone, l’ex componente del pool antimafia Leonardo Guarnotta, il procuratore di Ravenna Alessandro Mancini, il prefetto Enrico Caterino e il sindaco di Ravenna Michele De Pascale.

“Per Palermo l’Albero, divenuto meta di un costante pellegrinaggio laico di cittadini, è emblema del riscatto di una società civile che, dopo la strage di Capaci, reagì ribellandosi a Cosa nostra e manifestando a noi familiari delle vittime, alle istituzioni e ai colleghi di Giovanni la voglia di affrancarsi dal giogo mafioso. – ha detto Maria Falcone – La città di Ravenna, che per il suo coraggio ha avuto la medaglia d’oro della Resistenza,  con questo gesto manifesta attenzione e sensibilità verso un fenomeno come quello mafioso, che, da tempo ormai, ha superato i confini siciliani”. Alla cerimonia erano presenti anche decine di ragazzi. “La scelta di un luogo frequentato da giovani – ha concluso Maria Falcone – è ancora più significativa perché, come diceva mio fratello, la mafia si vince solo facendo una battaglia culturale che coinvolga le nuove generazioni”.

Sforzi globali contro mafie globali: quale futuro per la Convenzione Onu di Palermo contro il crimine organizzato

 

“Servono sforzi globali contro mafie globali. Giovanni l’aveva intuito oltre 25 anni fa auspicando, quando ancora sembrava irrealizzabile, una cooperazione tra Stati nella lotta a un crimine organizzato capace di operare e fare affari ben oltre i confini nazionali”. Sono le parole di Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone, intervenuta a Vienna alla 9ª sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, promossa sotto la giurisdizione dell’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC).

A quasi 20 anni dalla firma, a Palermo, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, 800 tra rappresentanti di governi, esperti ed esponenti di organizzazioni della società civile si ritrovano nella capitale austriaca per fare un bilancio della sua applicazione e per discutere delle possibili modifiche imposte dalla costante evoluzione dei fenomeni criminali. Per l’Italia ha partecipato una delegazione composta oltre che da Maria Falcone, dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho,  dal consigliere giuridico della Rappresentanza italiana Permanente nella sede dell’Onu a Vienna Antonio Balsamo e dal professor Nando Dalla Chiesa, docente alla facoltà di Scienze Politiche a Milano.

Al centro dei lavori, che si tengono dal 15 al 19 ottobre nella sede dell’Onu a Vienna, c’è l’approvazione delle regole di procedura del meccanismo di revisione della Convenzione di Palermo a 20 anni dalla sua sottoscrizione. Un appuntamento, quello dell’Onu, organizzato per “radiografare” la legislazione dei 189 Paesi che hanno aderito alla convenzione, negli anni arricchitasi dei Protocolli sul contrasto della tratta di esseri umani, sul traffico illegale di migranti, sulla fabbricazione e sul traffico illeciti di armi da fuoco. Nei 4 giorni di incontri i partecipanti alla Conferenza si scambieranno, inoltre, le informazioni necessarie per migliorare i meccanismi della cooperazione internazionale; faranno il punto sulle best practices dei diversi Stati, cercheranno di identificare le lacune che impediscono di contrastare efficacemente fenomeni criminali sempre più globali e cercheranno di individuare le riforme legislative e organizzative necessarie in tutti i paesi coinvolti, nella prospettiva di una armonizzazione degli ordinamenti giuridici.

La Convenzione di Palermo è diventata e continua a essere la base per un contrasto efficace delle mafie. Alle radici di quella che è ritenuta una pietra miliare c’è la visione di Giovanni Falcone, che, proprio un mese prima della strage di Capaci, partecipò alla prima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione della Criminalità e sulla Giustizia Penale, organizzata a Vienna ad aprile del 1992. Una data che ha segnato un salto di qualità nell’azione delle Nazioni Unite nel campo del diritto penale: da allora la cooperazione internazionale nella lotta alla grande criminalità è diventata tema centrale. In quello che fu il suo ultimo discorso pubblico in una conferenza internazionale, – ha ricordato Maria Falcone – Giovanni Falcone, che già dagli anni ‘80 collaborava con gli investigatori e l’autorità giudiziaria nell’inchiesta Pizza Connection, lanciò l’idea di una conferenza mondiale per porre le fondamenta di una cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata già allora fenomeno di dimensione non più soltanto nazionale. L’idea di Falcone portò alla Conferenza Ministeriale Mondiale di Napoli sulla Criminalità Organizzata Transnazionale del 1994: uno dei più importanti eventi mai organizzati dalle Nazioni Unite che portò all’approvazione all’unanimità della Naples Political Declaration and Global Action Plan against Organized Transnational Crime, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU. Seguirono le negoziazioni che hanno condotto, sei anni dopo, all’adozione della Convenzione di Palermo. In questo ambito, un ruolo importante è stato svolto anche dalla Fondazione Giovanni Falcone, che, in preparazione della sesta sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla Prevenzione della Criminalità e sulla Giustizia Penale, organizzò nel 1997 a Palermo un informal meeting sulla questione dell’elaborazione di una Convenzione internazionale contro la criminalità organizzata transnazionale. Ad aprire i lavori della 9ª sessione della Conferenza sulla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale sono stati ieri il direttore esecutivo dell’UNODC Yury Fedotov e, tra gli altri, il presidente della Repubblica di Panama, Juan Carlos Varela Rodríguez.Maria Falcone ha partecipato allo special event sul tema “Lawfulness on stage. A theatre play on civic responses to organized crime”.

 

Scuola: Maria Falcone, la mafia è più forte dove c’è ignoranza

“La lotta contro la dispersione scolastica e l’emarginazione sociale dei nostri bambini e dei nostri ragazzi non è sacrosanta solo perché cerca di porre rimedio a insopportabili ingiustizie sociali, ma è fondamentale anche per l’affermazione della legalità. La mafia prospera più facilmente dove c’è ignoranza e degrado: è lì che arruola giovani cresciuti senza valori e senza prospettive. E’ un onore per me che il ministro Marco Bussetti e il presidente Nello Musumeci abbiano voluto inaugurare le iniziative che il MIUR e la Regione Siciliana intraprenderanno da quest’anno con questo importante obiettivo nella scuola intestata a mio fratello, Giovanni Falcone”. Lo ha detto la professoressa Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e presidente della Fondazione Falcone, commentando l’accordo di programma per il potenziamento e il miglioramento del sistema educativo siciliano presentato oggi dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e dall’assessore dell’Istruzione Roberto Lagalla nel corso di una iniziativa organizzata all’istituto comprensivo G.Falcone.
Bussetti è venuto in Sicilia per presentare le azioni che il Miur e la Regione Siciliana metteranno in campo a partire da quest’anno scolastico per contrastare la dispersione scolastica, potenziare l’offerta formativa rivolta agli studenti dell’Isola e favorire una maggiore collaborazione tra scuola e famiglie e una migliore inclusione degli alunni con disabilità.
“Contrastare la dispersione scolastica e l’emarginazione sociale – ha aggiunto Maria Falcone – è un impegno non solo a favore di quei giovani che, senza colpa, si trovano svantaggiati fin dalla più tenera età, ma è un investimento per tutta la società. Spero con tutto il cuore che l’iniziativa abbia successo e che si possa presto passare dalla sperimentazione a un intervento strutturale che coinvolga tutte le scuole”.

Papa Francesco ricorda don Puglisi: ‘non si può credere in Dio ed essere mafiosi’

Al Foro Italico di Palermo, davanti a
oltre centomila persone, giunto per onorare la memoria del beato
martire don Pino Puglisi a 25 anni dall’assassinio per mano
mafiosa, Papa Francesco ha levato la sua voce contro i boss.
“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso
non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di
Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore,
non di uomini e donne di onore; di servizio, non di
sopraffazione”, ha detto. Poi, rinnovando il grido di papa
Wojtyla nella Valle dei Templi di Agrigento nel ’93 si è rivolto agli uomini di Cosa nostra:
“Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e
sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo la vostra
stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte”.
Bergoglio, incontrando il clero nella cattedralePapa
palermitana, è tornato su un tema importante: l’uso che il
potere mafioso fa della pietà popolare, “molto diffusa in queste
terre”. ” Un tesoro che va apprezzato e custodito, perché ha in
sé una forza evangelizzatrice, ma sempre il protagonista deve
essere lo Spirito Santo. Vi chiedo perciò di vigilare
attentamente, affinché la religiosità popolare non venga
strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora, anziché
essere mezzo di affettuosa adorazione diventa veicolo di
corrotta ostentazione”, ha detto ai preti. Durante la visita ai luoghi di don Puglisi, la parrocchia di
San Gaetano al Quartiere Brancaccio, dove il sacerdote raccoglieva
ragazzi che distoglieva dalle sirene mafiose, e la sua casa, in
Piazzale Anita Garibaldi, davanti alla quale fu freddato la sera
del 15 settembre 1993 per volontà dei fratelli Filippo e
Giuseppe Graviano il Papa ha ricordato: “25 anni fa come oggi, quando morì nel giorno
del suo compleanno, don Pino coronò la sua vittoria col sorriso, con quel
sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale
disse: ‘c’era una specie di luce in quel sorriso'”.

Carlo Alberto dalla Chiesa: cronaca di un delitto preventivo. Il ricordo dell’inviato del Corriere della Sera Giovanni Bianconi

di Giovanni Bianconi

È stato un uomo d’azione, il generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Che ha servito le istituzioni nei momenti d’emergenza e che nel pieno di un’emergenza è caduto. Lo spedirono a Palermo nella primavera del 1982, insanguinata dai morti ammazzati nella guerra tra cosche e dall’omicidio del segretario regionale del Partito comunista italiano, Pio La Torre, ucciso insieme all’autista-guardia del corpo Lenin Mancuso il 30 aprile, alla vigilia della festa dei lavoratori. Un delitto mafioso, politico e simbolico pure per la data in cui fu consumato, che spinse il governo ad anticipare l’invio del generale appena nominato prefetto nella “città dei mille morti”, come risposta e segno di riscossa. A un simbolo abbattuto si reagì innalzandone un altro; abbattuto anche quello, poco dopo.

Solo a seguito dell’omicidio La Torre la legge che porta il suo nome fu approvata dal Parlamento, mettendo a disposizione dei magistrati il reato di associazione mafiosa e nuovi strumenti per colpire i patrimoni dei boss; ma ci vollero il  sacrificio del leader e – cento  giorni più tardi – quello di dalla Chiesa, assassinato la sera del 3 settembre insieme alla giovane moglie Emanuela (sposata nemmeno due mesi prima, il 10 luglio) e all’agente di scorta Domenico Russo. Una strage che determinò, in pochi giorni, il varo della legge Rognoni-La Torre che ancora oggi si applica pressoché quotidianamente nei tribunali di tutta Italia. Non più solo in Sicilia.

Il generale-prefetto fu eliminato prima ancora di avere il tempo di affrontare l’emergenza per cui era stato richiamato in servizio, seppure con una carica più adusa a cerimonie e tagli di nastri che a interventi concreti; ma a lui avevano promesso nuovi poteri, che tardarono ad arrivare (e non arrivarono). Tuttavia era logico aspettarsi che dalla Chiesa avrebbe trasformato quell’incarico in qualcosa di diverso e più incisivo, e per questo gli impedirono di cominciare a lavorare. Un delitto preventivo.

Ebbe il tempo di comprendere le caratteristiche della nuova mafia che avrebbe dovuto fronteggiare, quella dei corleonesi guidati da Totò Riina, grazie all’interpretazione degli omicidi commessi durante i cento giorni e alla lettura del famoso rapporto contro “Michele Greco + 160”, firmato dal capo della squadra mobile Ninni Cassarà, che fu la base del maxi-processo. Ed ebbe il tempo di denunciare, nella famosa intervista-testamento rilasciata in agosto a Giorgio Bocca, i contorni di un fenomeno che non s’era rinnovato solo perché aveva sostituto i kalashnikov alle lupare, ma soprattutto grazie alle collusioni e alleanze nel mondo imprenditoriale, oltre che politico. Un messaggio chiaro per i boss e i loro complici, che non potevano aspettarsi nulla di buono dal generale-prefetto.

Aveva capito, Carlo Alberto dalla Chiesa, che l’emergenza mafiosa era molto più grave è complicata rispetto a quella del terrorismo che aveva già combattuto e vinto, seppure osteggiato e ricacciato indietro dopo i primi successi. Solo all’indomani del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro lo Stato decise di affrontare seriamente il problema, e fu in grado di risolverlo anche grazie al lavoro e alle strategie del generale.

Con la mafia dalla Chiesa immaginava di si poter seguire la stesa strada, ma c’era una differenza fondamentale: mentre i terroristi erano schierati contro le istituzioni, e dunque le istituzioni unite a un certo punto decisero di fronteggiarli e sconfiggerli, i mafiosi avevano collegamenti e alleanze dentro le istituzioni, e non sarebbero bastate i proclami del potere e la sagacia investigativa di un carabiniere e qualche magistrato a toglierli di mezzo. Il generale nominato prefetto lo intuì, e solo per questo divenne un pericolo, un ostacolo da rimuovere prima ancora che potesse entrare in azione.

Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene. Un simbolo importante se Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di lasciare l’isola dell’Asinara- dove l’avevano deportato insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto. Un mese prima i killer corleonesi avevano ammazzato il commissario Ninni Cassarà, e sette anni più tardi sarebbe toccato a loro, Falcone e Borsellino. Altre stragi e altri simboli, come Carlo Alberto dalla Chiesa. Caduti nella guerra combattuta da uomini dello Stato contro Cosa nostra e i suoi complici, annidati anche dentro lo Stato.

Libero Grassi, l’eroe civile che disse no al racket. L’analisi e il ricordo del Procuratore di Messina Maurizio de Lucia

Libero Grassi, l’imprenditore che disse no al pizzo e pagò con la vita il suo coraggio, nel ricordo del procuratore di Messina Maurizio de Lucia, magistrato a lungo pm a Palermo dove ha condotto alcune tra le principali inchieste su mafia ed estorsioni degli ultimi anni.

Sono passati 27 anni da quel 29 agosto 1991. Alle 7,36 in una città che stentava a svegliarsi, Libero Grassi fu colpito alla schiena, da assassini ai quali erano bastati pochi appostamenti per stabilire l’ora migliore per l’omicidio.

La sua fabbrica, la Sigma, produceva pigiami, esportava anche all’estero, aveva 100 dipendenti, e nel 1990 fatturava sette miliardi di lire.

La colpa di Grassi, chiamato Libero in omaggio dei suoi al sacrificio di Giacomo Matteotti, non era solo quella di non aver pagato il pizzo, la sua colpa era di avere denunciato tutto e, soprattutto, di avere istigato alla ribellione quelli come lui. Lo aveva fatto nel modo più plateale possibile, scrivendo al principale quotidiano di Palermo sicuro che quel messaggio sarebbe arrivato a destinazione. Scelse il Giornale di Sicilia, all’epoca lo specchio fedele dell’anima della città. E in una lettera comparsa il 10 gennaio del 1991 spiegò perché un Mercante come lui non avrebbe ceduto un solo centesimo del proprio profitto ai grassatori delle cosche.

“Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere … Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”.

Firmò così la sua condanna a morte. Ma in qualche modo consegnò alla storia della coscienza civile dell’intero Paese una verità scomoda e imbarazzante ancora oggi.

Palermo, oggi e ancora di più nell’ agosto 1991, è capoluogo di un’isola che resta in fondo alle classifiche del gettito fiscale, la riscossione del pizzo era ed è una macchina formidabile di esazione che non conosce zone franche ed evasori, né totali, né parziali. Agli uomini della mafia bastava chiedere per avere e attraverso quella tassa rinsaldare un legame, un rapporto che in un abbraccio mortale tiene insieme vittime ed estorsore. Un ricatto per chi la vive con violenza, un patto tacito, un accordo che promette sicurezza a fronte di cifre mai esagerate per la gran parte di quelli che accettano di sottostare.

Il collaboratore di giustizia Francesco Onorato ebbe a spiegare: «Le estorsioni sono un fatto normale, tranquillo, perfetto, cioè loro sono contenti di uscirli, perché è una forma… 500 mila lire al mese, e quindi per loro sono niente, perché lavorano e stanno tranquilli. Poi non sono mai maltrattati da nessuno. Sì, un accordo, proprio così».

Due mondi lontani, quello del libero mercato dei commerci e dell’imprenditoria e quello della cieca e bestiale violenza di contadini arricchiti e di guappi di periferia cresciuti a miseria e pistole, vengono in contatto, si saldano, si riconoscono e si legittimano vicendevolmente.

Nell’estorsione c’è una faccia della mafia che utilizza “l’industria della protezione privata”, secondo la definizione del sociologo Diego Gambetta, ma il cui profitto, comunque ragguardevole, non è principalmente quello economico quanto piuttosto l’accreditamento come canale di mediazione sociale a qualunque livello.

Questo aveva senz’altri ben chiaro Libero Grassi. Che ripeté il suo punto di vista l’11 aprile del 1991 in televisione a Samarcanda la trasmissione di Michele Santoro. E lo ribadì in una lettera che il Corriere della Sera pubblicò il giorno dopo la sua morte, il 30 agosto 1991. Era la testimonianza autentica, ancorché postuma, dei mesi che erano trascorsi tra le prime denunce, le uscite pubbliche e il gelo che aveva circondato quella solitaria ribellione. Ma anche un dito puntato contro le istituzioni impotenti, complici o timide. Non a caso Grassi citava la sentenza che aveva mandato assolti i cavalieri del lavoro catanesi Costanzo e Graci, scesi a patti con la mafia eppure considerati vittime in stato di necessità ambientale.

“La “Sigma” – scrisse Grassi – è un’azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione.

La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all’Ucciardone”. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “guardati tuo figlio”, “attento a te”. Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.

Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al “Giornale di Sicilia” che iniziava così: “Caro estortore…”. La mattina successiva qui in fabbrica c’erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione.

Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere “ispettori di sanità”. Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del “pizzo”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.

Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.

L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.

Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.

Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?

Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.

Il 24 aprile del 1992 è stato arrestato uno degli uomini di punta della famiglia mafiosa dei Madonia, quella che venne individuata dalle indagini come l’ideatrice del delitto: Marco Favaloro, commerciante d’auto. Un anno dopo iniziando a collaborare con la giustizia si accusa del delitto Grassi e accusa Salvino Madonia di aver sparato.

“Prima di ammazzarlo lo pedinai per una settimana per controllare se si spostava in compagnia di qualcuno o se era scortato. Quando fummo certi che usciva sempre da solo, Salvatore Madonia decise di sparargli”, racconta Favaloro. Verso la fine dell’ agosto del ’91 Madonia mi portò in via Alfieri indicandomi un portone e l’ automobile dell’ uomo che mi disse di seguire per verificare se avesse persone che gli andavano dietro”. Favaloro obbedì. L’uomo che gli era stato detto di controllare e che indossava “sandali alla francescana” si muoveva da solo. “Il giorno stabilito per l’ omicidio, Madonia mi diede appuntamento nei pressi di un’ edicola in via Libertà. Madonia guidava un’ Alfa 33 di colore verde scuro ed io lo seguii con la mia automobile che parcheggiammo nei pressi dell’ abitazione dell’ obiettivo. Salvino Madonia mi disse allora di trasferirmi sulla sua automobile affiancando quella di Libero Grassi che era posteggiata sotto casa. Da una borsa prese due pistole, una piatta e una a tamburo e Madonia mi raccomandò di tenere il motore acceso e lo sportello anteriore destro aperto per facilitare la fuga. Quando quell’ uomo uscì dal portone dell’ edificio dove abitava, Madonia scese dall’ automobile con la pistola nascosta in mezzo a un giornale, gli si avvicinò e sparò tutti i colpi della pistola, quindi rientrò in macchina e fuggimmo”.

La sentenza che ha condannato il Madonia all’ergastolo è ormai definitiva.

L’insegnamento di Libero Grassi è di enorme, stringente attualità, soprattutto in un momento in cui in tanti osservano che la c.d. mafia militare è stata sconfitta. La mafia, tutta la mafia, perché non esiste una mafia militare distinta da una mafia “politica” o “alta” come si diceva un tempo, potrà essere davvero sconfitta solo quando le denunce delle estorsioni diventeranno un fenomeno esteso e generalizzato. Ora non è ancora così.

Libero Grassi è stato davvero un grande italiano. In qualche modo il suo sacrificio ricorda quello di un altro grande italiano, l’avvocato Giorgio Ambrosoli. In entrambi i casi infatti non si è davanti al sacrificio di magistrati o investigatori, uomini che per scelta fatta all’inizio della loro professione devono mettere in conto la possibilità che la mafia o altri poteri possano “fargliela pagare” in qualche modo. Nel caso dell’avvocato Ambrosoli e di Libero Grassi, il sacrificio dipende da una straordinaria manifestazione di impegno civile di due semplici cittadini, Non uomini dello Stato, ma essi stessi espressione, la più nobile e profonda della comunità nazionale.

E’ scomparsa Rita Borsellino. Maria Falcone: “una combattente”

E’ scomparsa a 73 anni, dopo una lunga malattia, Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta, in via D’Amelio, 26 anni fa.  Dopo la morte del fratello, ha portato nelle istituzioni, nelle scuole e tra i giovani i valori della legalità.  “Con Rita Borsellino scompare una figura di grande umanità e una vera combattente per l’affermazione dei valori della legalità e della democrazia. – ricorda Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone – Reagì al grande dolore per la drammatica perdita del fratello Paolo con la determinazione di far continuare a vivere le idee per cui lui aveva lottato fino alla morte. Oltre all’impegno nelle istituzioni, è stata testimone, in particolare con i più giovani, dell’importanza della memoria nella costruzione di un futuro libero dalle mafie. La ricorderemo sempre con gratitudine e affetto”.

Cassarà, Montana e gli altri: il questore di Palermo, quella guerra combattuta anche in nome loro

Cassarà, Montana, Giuliano, Zucchetto, Antiochia, eroi loro malgrado nella stagione in cui Cosa nostra dichiarò guerra allo Stato,  li ha conosciuti nelle “carte” processuali o nei ricordi dei colleghi anziani. “Sono arrivato a Palermo negli anni delle stragi e alla sezione Catturandi della Squadra Mobile a metà anni ’90.  Pensare che lì aveva lavorato un uomo come Montana, o pensare all’esempio e al sacrificio di Cassarà e di Giuliano ha dato a me e a molti miei coetanei entrati in polizia in quel periodo quella rabbia, quella motivazione in più. Pensare che quel che facevi lo facevi anche per loro, per chi aveva perso la vita per il lavoro era una spinta ulteriore”. Da allora Renato Cortese, calabrese, classe 1964,  di strada ne ha fatta. Nel 1998 diventa dirigente della Catturandi e apre una stagione fondamentale nella caccia ai superlatitanti di mafia, nel 1996 concorre alla cattura di Giovanni Brusca, nel 1997 ottiene la promozione per merito straordinario al grado di commissario capo per l’arresto di Pietro Aglieri, nel 2006 pone fine all’oltre quarantennale latitanza del capo dei capi Bernardo Provenzano e viene promosso al grado superiore per merito straordinario. Già dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria e della Squadra Mobile di Roma, il 30 marzo 2015 diventa direttore del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Dal primo marzo torna a Palermo, stavolta da questore. “Stiamo parlando di persone straordinarie, di innovatori, di investigatori con un fiuto e una marcia in più – dice nel giorno in cui la polizia ricorda Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, trucidati da un commando mafioso il 6 agosto del 1985 a Palermo – Basta pensare che Boris Giuliano (vicequestore ucciso dalla mafia nel 1979), sentito dal Csm, chiese leggi speciali per contrastare la mafia già nel 1977. Poi ci vollero i morti, come Chinnici, per averle.  Lui, Cassarà e Montana erano investigatori geniali e i risultati delle loro indagini sono ancor più straordinari se si pensa ai mezzi di cui disponevano”. “In quegli anni – spiega Cortese –  già intercettare un telefono era una sorta di miracolo. Si lavorava con le fonti confidenziali e il resto erano pedinamenti, servizi di osservazione. Con quello che riuscivi a mettere insieme facevi il rapporto per la Procura. D’altronde i mezzi andavano di pari passo con la società che aveva enormi  limiti. Ora gli strumenti sono diversi ed è diversa anche la sensibilità della società”.

Eppure, nonostante le mille difficoltà Ninni Cassarà riuscì a mappare le famiglie mafiose palermitane e a dar copro al cosiddetto rapporto dei 162 che fu poi alla base del lavoro di Giovanni Falcone e del maxiprocesso.

“Un tratto comune a uomini come Cassarà – racconta Cortese – era la solitudine. Tutto sommato fare antimafia oggi è semplice, perché c’è un contesto dichiarato di antimafiosità. I Cassarà, in quegli anni, negli apparati erano mosche bianche, vivevano nella consapevolezza che erano soli e che non potevano fidarsi che di poche persone, mentre oggi è tutto lo Stato che vuole la lotta alla mafia”.

Da aprile in Questura a Palermo c’è un busto in ricordo di Ninni Cassarà, ucciso davanti all’allora giovane moglie mentre rincasava insieme all’agente Roberto Antiochia, ritornato a Palermo dalle ferie per non lasciare solo il suo capo.

“Palermo oggi – dice il questore – è  certamente diversa. Negli anni in cui sono arrivato  era indifferente, poi ci sono state le stragi ed è diventata una città in guerra, una città che viveva nella paura, impietrita. Il terrore si respirava, c’erano i militari agli angoli delle strade. Poi lo Stato lentamente ha recuperato il suo ruolo, si sono presi i latitanti anche se questo non vuol dire che la mafia è vinta. Cosa nostra va guardata nei suoi 150 anni di Storia, ha avuto cicli diversi di sconfitta e si è ripresa. Se si molla c’è sempre il rischio che una leadership torni a riprendere testa. La guardia deve essere sempre alta: specie dopo le recenti scarcerazioni”.