E’ scomparsa Rita Borsellino. Maria Falcone: “una combattente”

E’ scomparsa a 73 anni, dopo una lunga malattia, Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta, in via D’Amelio, 26 anni fa.  Dopo la morte del fratello, ha portato nelle istituzioni, nelle scuole e tra i giovani i valori della legalità.  “Con Rita Borsellino scompare una figura di grande umanità e una vera combattente per l’affermazione dei valori della legalità e della democrazia. – ricorda Maria Falcone, presidente della Fondazione Giovanni Falcone – Reagì al grande dolore per la drammatica perdita del fratello Paolo con la determinazione di far continuare a vivere le idee per cui lui aveva lottato fino alla morte. Oltre all’impegno nelle istituzioni, è stata testimone, in particolare con i più giovani, dell’importanza della memoria nella costruzione di un futuro libero dalle mafie. La ricorderemo sempre con gratitudine e affetto”.

Cassarà, Montana e gli altri: il questore di Palermo, quella guerra combattuta anche in nome loro

Cassarà, Montana, Giuliano, Zucchetto, Antiochia, eroi loro malgrado nella stagione in cui Cosa nostra dichiarò guerra allo Stato,  li ha conosciuti nelle “carte” processuali o nei ricordi dei colleghi anziani. “Sono arrivato a Palermo negli anni delle stragi e alla sezione Catturandi della Squadra Mobile a metà anni ’90.  Pensare che lì aveva lavorato un uomo come Montana, o pensare all’esempio e al sacrificio di Cassarà e di Giuliano ha dato a me e a molti miei coetanei entrati in polizia in quel periodo quella rabbia, quella motivazione in più. Pensare che quel che facevi lo facevi anche per loro, per chi aveva perso la vita per il lavoro era una spinta ulteriore”. Da allora Renato Cortese, calabrese, classe 1964,  di strada ne ha fatta. Nel 1998 diventa dirigente della Catturandi e apre una stagione fondamentale nella caccia ai superlatitanti di mafia, nel 1996 concorre alla cattura di Giovanni Brusca, nel 1997 ottiene la promozione per merito straordinario al grado di commissario capo per l’arresto di Pietro Aglieri, nel 2006 pone fine all’oltre quarantennale latitanza del capo dei capi Bernardo Provenzano e viene promosso al grado superiore per merito straordinario. Già dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria e della Squadra Mobile di Roma, il 30 marzo 2015 diventa direttore del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Dal primo marzo torna a Palermo, stavolta da questore. “Stiamo parlando di persone straordinarie, di innovatori, di investigatori con un fiuto e una marcia in più – dice nel giorno in cui la polizia ricorda Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, trucidati da un commando mafioso il 6 agosto del 1985 a Palermo – Basta pensare che Boris Giuliano (vicequestore ucciso dalla mafia nel 1979), sentito dal Csm, chiese leggi speciali per contrastare la mafia già nel 1977. Poi ci vollero i morti, come Chinnici, per averle.  Lui, Cassarà e Montana erano investigatori geniali e i risultati delle loro indagini sono ancor più straordinari se si pensa ai mezzi di cui disponevano”. “In quegli anni – spiega Cortese –  già intercettare un telefono era una sorta di miracolo. Si lavorava con le fonti confidenziali e il resto erano pedinamenti, servizi di osservazione. Con quello che riuscivi a mettere insieme facevi il rapporto per la Procura. D’altronde i mezzi andavano di pari passo con la società che aveva enormi  limiti. Ora gli strumenti sono diversi ed è diversa anche la sensibilità della società”.

Eppure, nonostante le mille difficoltà Ninni Cassarà riuscì a mappare le famiglie mafiose palermitane e a dar copro al cosiddetto rapporto dei 162 che fu poi alla base del lavoro di Giovanni Falcone e del maxiprocesso.

“Un tratto comune a uomini come Cassarà – racconta Cortese – era la solitudine. Tutto sommato fare antimafia oggi è semplice, perché c’è un contesto dichiarato di antimafiosità. I Cassarà, in quegli anni, negli apparati erano mosche bianche, vivevano nella consapevolezza che erano soli e che non potevano fidarsi che di poche persone, mentre oggi è tutto lo Stato che vuole la lotta alla mafia”.

Da aprile in Questura a Palermo c’è un busto in ricordo di Ninni Cassarà, ucciso davanti all’allora giovane moglie mentre rincasava insieme all’agente Roberto Antiochia, ritornato a Palermo dalle ferie per non lasciare solo il suo capo.

“Palermo oggi – dice il questore – è  certamente diversa. Negli anni in cui sono arrivato  era indifferente, poi ci sono state le stragi ed è diventata una città in guerra, una città che viveva nella paura, impietrita. Il terrore si respirava, c’erano i militari agli angoli delle strade. Poi lo Stato lentamente ha recuperato il suo ruolo, si sono presi i latitanti anche se questo non vuol dire che la mafia è vinta. Cosa nostra va guardata nei suoi 150 anni di Storia, ha avuto cicli diversi di sconfitta e si è ripresa. Se si molla c’è sempre il rischio che una leadership torni a riprendere testa. La guardia deve essere sempre alta: specie dopo le recenti scarcerazioni”.

Nell’anniversario dell’omicidio, il cronista ricorda Gaetano Costa: ‘un magistrato lasciato solo’

Cominciai a conoscere Gaetano Costa sei mesi prima che il 10 luglio 1978 si insediasse come nuovo procuratore di Palermo. Aveva dovuto fare un’anticamera di sei mesi perché il procuratore generale Giovanni Pizzillo non gli aveva concesso il consueto «anticipato possesso» dell’ufficio. Palermo era alla vigilia di una mattanza che avrebbe decapitato le istituzioni con una catena di delitti eccellenti riconducibili a una strategia di sfida aperta allo Stato. Nel 1971 c’erano state già le prime avvisaglie con l’uccisione del procuratore Pietro Scaglione. Ma poi il segnale di allarme era stato sopraffatto dalle retate e dai processi contro alcuni pezzi dell’ala militare della mafia: tra clamori mediatici e inchieste che promettevano tanto e mantenevano poco si era tornati presto alla «normalità». Fino al 1977 quando a Ficuzza era stato ucciso il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Poi nel marzo 1978 a Cinisi la mafia aveva fatto saltare in aria Peppino Impastato, un giovane militante di sinistra che sbeffeggiava i capi intoccabili di Cosa nostra mentre ne denunciava traffici e delitti. E il 30 maggio 1978 era stato eliminato a Palermo il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, un mafioso dal «colletto bianco» che teneva i piedi in due staffe: uno nel sistema di potere regionale e un altro nella struttura di governo della mafia. Era un personaggio così influente e così «rispettato» che per il suo funerale in paese erano stati chiusi anche gli uffici pubblici e la sezione della Dc aveva esposto la bandiera a lutto. Non erano dunque mancati i segnali di un «nuovo corso» che avrebbe aperto una stagione criminale terrificante. Ma la mafia, evidentemente, non era considerata la prima emergenza se un ufficio come la Procura poteva restare per sei mesi senza una testa e senza una guida.

C’era in quella scelta una sottovalutazione fredda e burocratica? La visione miope di un cambio ordinario di poltrone? Una carsica diffidenza ambientale? C’era anche questo, pensammo noi cronisti, ma non era la causa principale di un clima di sorda contrapposizione con cui il procuratore avrebbe dovuto fare i conti. Per il suo passato antifascista e la lotta partigiana in Val Sesia si era subito guadagnato il soprannome di procuratore «rosso»: un comunista che arrivava con idee «rivoluzionarie» sul sistema mafioso e sul suo potere di «intermediazione concreta in ogni attività illecita, tra politica, finanze, banche, cittadino onorato e delinquenza associata ed organizzata». Nei suoi appunti questo profilo, fino a quel momento inedito, della mafia era diventato, tra le alternative possibili, il paradigma più convincente. Quindi lo strumento di analisi più idoneo per ogni strategia di contrasto. Alla capacità di mediazione la mafia univa ora un metodo terroristico che, durante la breve esperienza di Costa come procuratore, avrebbe uno dopo l’altro eliminato i protagonisti di un processo di rinnovamento e di rigenerazione che investiva la politica, il potere giudiziario, gli apparati investigativi e perfino l’informazione. Il 1979 era stato l’anno di svolta. La mafia aveva eliminato Mario Francese cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, il segretario della Dc Michele Reina, il giudice Cesare Terranova, tornato a indossare la toga dopo l’esperienza parlamentare e la collaborazione con Pio La Torre nella stesura della relazione di minoranza della Commissione antimafia. Ma il 1979 era stato anche l’anno di Michele Sindona, l’uomo che gestiva un impero finanziario inquinato con l’appoggio dei poteri occulti e della mafia siculo-americana. E il 1980 si era aperto con l’assassinio di Piersanti Mattarella, il presidente che voleva portare alla Regione l’aria fresca del rinnovamento mentre a maggio i sicari avevano ucciso a Monreale il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, uno dei più attenti protagonisti delle inchieste antimafia.

E mentre seguiva le tracce di tante storie per ricondurle a una sintesi unificante Costa avvertiva attorno a sé un clima di ostilità più mascherate che dichiarate. Sapeva di muoversi in un pantano pieno di trappole e per difendere la riservatezza di certe inchieste era costretto a parlarne con Rocco Chinnici nel chiuso di un ascensore di servizio che faceva su e giù prima di fermarsi al piano di destinazione, e a discorsi conclusi. Le sue cautele nei rapporti con noi cronisti erano in parte dovute a un carattere schivo e riservato e in parte alla necessità di frenare la diffusione di notizie che potevano avere origini interessate. Questo dovette pensare quando non esitò a promuovere, ora si può dire, giustamente un’inchiesta per capire da quale fonte avevo avuto alcune (scarne) indiscrezioni per descrivere sul Giornale di Sicilia un contesto e un’ipotesi investigativa sull’uccisione di Mario Francese.

L’isolamento di Costa era una condizione da tutti noi chiaramente percepita. Ma nessuno avrebbe mai pensato che potesse esplodere in una forma inquietante in una riunione nella quale si dovevano convalidare i 55 arresti compiuti dalla polizia, dopo l’agguato a Basile, tra le famiglie Spatola-Inzerillo-Gambino, il gruppo mafioso a quel tempo più ammanigliato con il potere politico e più coinvolto nel grande traffico della droga. Tutti i sostituti, tranne Vincenzo Geraci, espressero un dissenso già maturato in un incontro privato, in casa di uno di loro, rispetto alla tesi del procuratore per il quale la convalida avrebbe consentito una migliore verifica delle diverse posizioni.

Costa firmò da solo. I cronisti rimasti nei corridoi della Procura ad aspettare l’esito della riunione lo appresero dagli avvocati a loro volta informati da sostituti “dissenzienti”. Il circuito informativo aveva così prodotto l’esito dirompente che Leonardo Sciascia avrebbe denunciato in una interrogazione parlamentare. Il processo ha chiarito che la firma solitaria sulla convalida degli arresti ha certamente sovraesposto il procuratore ma non era l’unico movente. Costa era infatti l’espressione di una grande «anomalia» che lo accompagnava sin dalla nomina. E «anomala» era giudicata a palazzo di giustizia l’ostinazione con cui si era mosso per rimuovere le inerzie paralizzanti dell’azione giudiziaria e per affondare i colpi nei grandi affari di Cosa nostra con l’idea forte che bisognava cercare nei conti in banca le prove contro la mafia.

Questa svolta non poteva passare inosservata: nasceva da una lettura aggiornata del sistema di potere mafioso e ne coglieva i nuovi caratteri. Il metodo del «procuratore rosso» aveva per provocato, come lui stesso prevedeva, fenomeni di rigetto. Ma la sua eredità non è andata certamente dispersa: attorno a Chinnici stava crescendo la generazione dei Falcone e dei Borsellino, già pronta a riprendere e proseguire l’opera di Costa. Il corso della storia era ormai cambiato ma nel 1980 non tutti l’avevano ancora capito.

di Franco Nicastro

Scoperto comitato d’affari a Messina. Arrestati politici, imprenditori e mafiosi

Un comitato d’affari composto da politici locali, imprenditori, faccendieri e mafiosi teneva in scacco Messina condizionando l’attività amministrativa della città. Una storia di “ordinario” malaffare scoperta dalla Dda guidata da Maurizio De Lucia che ha ottenuto dal gip 13 misure cautelari. Personaggio chiave dell’inchiesta denominata “Terzo Livello” era l’ex presidente del Consiglio Comunale Emilia Barrile. Prima nel centrosinistra, poi passata al centrodestra per transitare alla fine a una lista civica sua, quella de i Leali, è risultata la più votata alle ultime elezioni comunali dove ha preso 2800 preferenze. La lista, però, non ha superato lo sbarramento del 5% e Barrile non è più tornata al Consiglio Comunale. La donna, che è ai domiciliari, é accusata di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, atti contrari a doveri ufficio e violazione dei doveri di imparzialità nei confronti della pubblica amministrazione. Tra gli indagati anche l’imprenditore della grande distribuzione Antonio Fiorino e il direttore generale della municipalizzata che gestisce i trasporti pubblici in città.

Secondo gli inquirenti, utilizzando il potere che le derivava dal ruolo, e facendo pressioni su dirigenti e funzionari comunali, Barrile agevolava le pratiche degli imprenditori che a lei si rivolgevano: come Fiorino, che sarebbe stato aiutato nel disbrigo delle pratiche amministrative e tutelato da imprese concorrenti. Barile avrebbe ostacolato l’apertura di un esercizio commerciale nella zona dell’imprenditore amico. “Le indagini – scrive il gip che ha disposto le misure cautelari – rivelano la consuetudine della Barrile allo sfruttamento del potere di influenza che deriva dal ruolo pubblico per esercitare pressioni su dirigenti e funzionari del Comune per garantire il pronto soddisfacimento di interessi privati facenti capo a un ristretto gruppo di imprenditori cittadini a lei collegati da un inquietante logica del do ut des, essenzialmente costituito con prospettiva di ritorno sia elettorale che di assunzioni di parenti vicini presso attività imprenditoriali”. Secondo gli investigatori, inoltre, la donna era il vero dominus di due coop, la Peloritana Servizi e la Universo Ambiente, che gestiva attraverso prestanomi. Grazie ad amicizie, come quella con un personaggio già coinvolto in un blitz antimafia con l’accusa di concorso in associazione mafiosa, riusciva a gestire alcuni servizi di ristorazione e di fornitura di steward per il parcheggio all’interno dello stadio cittadino.

Mafia:colpo al tesoro di Matteo Messina Denaro. Sequestro da 60 mln a insospettabile vicino al boss

Finora per gli inquirenti è stato una sorta di signor nessuno, qualche precedente per reati economici e fallimentari, nessun coinvolgimento in inchieste su Cosa nostra. Per la Guardia di Finanza invece Giovanni Savalle, ragioniere iscritto all’albo dei commercialisti e imprenditore alberghiero – suo il resort Kempisnky di Mazara del Vallo – sarebbe uno dei ‘tesorieri’ del superlatitante Matteo Messina Denaro. Le Fiamme Gialle e il Ros, eseguendo un provvedimento del tribunale di Trapani, gli hanno sequestrato un patrimonio di 60 milioni di euro. L’ennesimo colpo al patrimonio dell’ultima primula rossa di Cosa nostra.
A parlare dei rapporti di Savalle col capomafia di Castelvetrano è il medico affiliato alla ndrangheta Marcello Fondacaro che ha reso dichiarazioni anche su un altro imprenditore del settore finito sotto inchiesta, l’ex patron del Valtur Carmelo Patti, poi morto. Fondacaro racconta che Savalle aveva rapporti col latitante attraverso il fratello della donna con cui il boss ha avuto una figlia. L’ex cognato del padrino e l’imprenditore dovevano realizzare un villaggio a Isola Capo Rizzuto che prevedeva la partecipazione al 33% di Cosa nostra e ndrangheta. Recentemente Savalle è stato rinviato a giudizio per falso in bilancio in concorso con il titolare di un grosso laboratorio di analisi e ambulatorio palermitano.

Rocco Chinnici, l’inventore del pool antimafia

Il giudice Rocco Chinnici divenne capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo nel 1979. Fu l’inventore del ‘pool antimafia’, fu lui a chiamare accanto a se’ giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; ideò ed avviò per primo le indagini e le misure di prevenzione patrimoniali, strumento fondamentale di contrasto alle mafie. “Fu un antesignano nel cogliere l’importanza del coinvolgimento sociale, impegnandosi con incontri e dibattiti finalizzati a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sui temi della lotta alla mafia,coinvolgendo in particolare i giovani”, ricorda Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci.

Il 29 luglio di 35 anni fa un’autobomba fu fatta esplodere sotto la sua casa, in via Pipitone Federico, a Palermo. Con lui morirono i carabinieri di scorta, il maresciallo ordinario Mario Trapassi, l’appuntato scelto Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

Palermo li ha ricordati con la deposizione di una corona d’alloro alla presenza del comandante generale dell’Arma dei carabinieri, Giovanni Nistri. Erano presenti anche il prefetto di Palermo Antonella De Miro e il sindaco Leoluca Orlando, oltre ai familiari delle vittime e numerose autorità civili e militari.

“A Chinnici si deve l’avere intuito in tutta la loro pericolosità le connessioni della mafia con l’alta finanza, la politica e l’imprenditoria, e l’aver promosso inedite strategie investigative, fondate sulla collaborazione fra i magistrati che svolgevano le indagini sul fenomeno. Il ricordo dell’appassionato impegno, umano e professionale, di Rocco Chinnici nel difendere le istituzioni e i cittadini dalla violenza e dalle vessazioni della criminalità organizzata resta indelebile nella memoria di tutti e rappresenta un prezioso e costante stimolo per la crescita della coscienza civile e della fiducia nello stato di diritto”, ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella.

39 anni fa l’omicidio di Boris Giuliano, il poliziotto ‘moderno’

Raccontano i testimoni che il killer, un giovanissimo Leoluca Bagarella, tremava come una foglia impugnando l’arma con cui stava per assassinare la sua vittima: Boris Giuliano, poliziotto moderno che si era formato all’accademia di Quantico dell’Fbi, l’investigatore che per primo scoprì che Cosa nostra raffinava l’eroina “in casa”.

Bagarella aspettò che entrasse, come faceva ogni mattina, nel bar sotto casa, il Bar Lux, in via Di Blasi, a Palermo. Lo chiamò perché si voltasse e fece fuoco. Era il 21 luglio del 1979 e quello di Giuliano fu uno dei primi omicidi eccellenti, spartiacque nella guerra che i clan dichiararono allo Stato.  Da allora sono trascorsi 39 anni e, nel giorno dell’anniversario della morte, la Polizia di Stato ha voluto ricordare la figura del poliziotto nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato, tra gli altri,  il questore Renato Cortese e il sindaco Leoluca Orlando.
Nato a Piazza Armerina nel 1930, grande lettore di gialli, una passione per le indagini, entrò in polizia nel 1962.  La sua formazione continuò negli Stati Uniti, dove strinse rapporti di collaborazione con l’FBI e la DEA.
Fiuto investigativo e una umanità rara, portò alla Mobile di Palermo un metodo nuovo: il lavoro di squadra. Riuscì a disegnare una mappa delle famiglie mafiose basandosi sugli omicidi commessi nei vari quartieri e nelle periferie, creò un archivio con le informazioni raccolte su ogni indagato.
Indagò sugli omicidi dei giornalisti Mauro De Mauro e Mario Francese, e sull’agguato costato la vita al segretario provinciale di Palermo della DC, Michele Reina.
Sua l’intuizione  delle tratte della droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Un mese prima di morire, grazie al lavoro svolto con le agenzie federali statunitensi, FBI e DEA, sequestrò all’aeroporto di Palermo due valige con 500mila dollari, la parcella pagata da famiglie mafiose d’oltreoceano a quelle sicule per l’eroina. Pochi giorni dopo, all’aeroporto di New York, furono trovate delle borse con una partita di droga proveniente da Punta Raisi per un valore di 10 miliardi di dollari. Era la conferma del traffico di stupefacenti tra i clan dei Bontade, degli Spatola, e degli Izerillo e la mafia americana.

Boss condannati a risarcire la famiglia del piccolo Di Matteo

Il tribunale civile di Palermo ha disposto un risarcimento di 2,2 milioni di euro alla madre di Giuseppe di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia rapito e ucciso a 12 anni dalla mafia per indurre il padre a ritrattare le accuse. “E’ stata lesa la dignità della persona, il diritto del minore ad un ambiente […]

Strage di via D’Amelio: Maria Falcone, mai smettere di cercare la verità

“Questo anniversario, per me, è più triste di quelli degli anni scorsi perché, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza della corte d’assise di Caltanissetta, i sospetti sono diventati certezza. La certezza che le indagini sulla strage di via D’Amelio furono depistate e che alcuni uomini delle istituzioni furono coinvolti in questa operazione di depistaggio”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso a Capaci, nel giorno del 26esimo anniversario dell’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. “Ci uniamo alla famiglia Borsellino – ha aggiunto – nel chiedere che si prosegua con l’accertamento della verità perché solo così i cittadini potranno avere fiducia piena nelle istituzioni democratiche”.

19 luglio, Palermo ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta

Palermo si è fermata per ricordare il sacrificio del procuratore aggiunto Paolo Borsellino e degli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, trucidati 26 anni fa dalla mafia in via D’Amelio. Molti gli appuntamenti istituzionali e quelli organizzati dalle associazioni che hanno portato in strada centinaia di persone: studenti e cittadini insieme per rinnovare l’impegno a non dimenticare. Al Palazzo di giustizia di Palermo il 18 luglio, vigilia della stage, si è riunito il Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione Nazionale magistrati che ha poi assistito alla piece ‘Fra le sue mani’ di Roberto Greco e Valeria Siragusa. “La mafia è più debole, ma non è vinta”, ha detto il presidente dell’Anm Francesco Minisci. Il 19 luglio, anniversario dell’attentato, i familiari di Borsellino  hanno voluto ricordarlo con una messa celebrata nella chiesa di San Saverio.

E poi dibattiti, come quello organizzato dal Centro studi “Paolo Borsellino”, presentazioni di libri, e ancora laboratori creativi per i bambini a pochi metri dal luogo in cui esplose l’autobomba che uccise il giudice e la sua scorta hanno accompagnato la due giorni dedicata al ricordo. Al Parco Uditore sono stati piantati degli alberi in ricordo delle vittime dell’eccidio.

Non sono mancati i momenti istituzionali: dalla deposizione delle corone alla presenza del capo della polizia Franco Gabrielli, nel Reparto Scorte della Questura, al tributo dei ministri dell’Istruzione e della Giustizia Marco Bussetti e Alfonso Bonafede, a Palermo per partecipare ad alcuni momenti delle cerimonie.

Le commemorazioni si sono chiuse al teatro antico di Segesta  con un concerto.