21 marzo: la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafia

Nel primo giorno di Primavera da Padova a Enna passando per Campobasso, l’Aquila, Napoli: in piazza insieme all’associazione Libera per ricordare le vittime innocenti delle mafie. Tantissimi i giovani, da Nord a Sud, per condividere l’impegno indicato dal presidente della Repubblica Mattarella: “Vogliamo liberare la società dalle mafie. È un traguardo doveroso e possibile, che richiede a tutti impegno, coerenza, piena coscienza delle nostre responsabilità di cittadini”.  Per l’iniziativa è la 24/a edizione. Quest’anno è stata Padova la città scelta come sede della manifestazione principale: una città di un nord- est in cui, raccontano le indagini, le mafie sono sempre più presenti. Nel corso della cerimonia sono stati letti in tutte le piazze i nomi delle 1100 vittime innocenti della criminalità organizzata. Un rosario del ricordo e della memoria per ribadire l’impegno a non dimenticare.

 

 

Vita e morte di Frankie Boy, enfant prodige del clan Gambino ucciso a New York

Per i “picciotti” siciliani era “O Frankie”, i clan d’oltreoceano lo chiamavano invece “Frankie boy”. Cinquantaquattro anni, un “curriculum” criminale pesante, giovanissimo riuscì a scalare il clan Gambino di New York. Genitori palermitani, nato negli Usa, non ha mai dimenticato la terra degli avi e Cosa nostra siciliana. Il killer che l’ha freddato con sei colpi di pistola, stanotte davanti alla sua casa di Staten Island, gli è poi passato sopra con l’auto. I testimoni hanno raccontato di una “processione” ininterrotta dei Gambino accorsi a rendere omaggio a un padrino che, negli ultimi tempi, aveva scelto un basso profilo. Nella Grande Mela la mafia non sparava dal 1985: un omicidio tutto da decifrare che potrebbe aprire scenari inquietanti.
Frankie Boy era ormai libero dopo aver scontato una condanna per mafia. Fbi e polizia, nel 2008, lo arrestarono a casa dell’amante nel corso di un maxi-blitz tra Sicilia e America a cui venne dato il nome di Old Bridge, a simboleggiare il ponte tra le due mafie, quella americana e quella siciliana, che non hanno mai smesso di fare affari. Frankie Gestiva decine di società per la distribuzione alimentare negli Stati Uniti, aveva imprese edili che realizzavano palazzi nella Grande Mela e creava aziende per il riciclaggio di denaro in paesi offshore. Le indagini accertarono suoi contatti i boss di Palermo, in particolare con Antonino Rotolo tramite Nicola Mandalà, mafioso di Villabate, e Gianni Nicchi, giovane boss poi finito in manette. I due andarono a New York più volte per incontrarlo. L’inchiesta “Old Bridge” fu la riprova che la droga, come Giovanni Falcone aveva intuito 40 anni fa ai tempi della Pizza Connection, continuava a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle d’oltreoceano. Le “famiglie” palermitane affidavano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venisse reinvestito in stupefacente, agli emergenti come era allora il palermitano Gianni Nicchi. Ed proprio seguendo i lussuosi viaggi americani di Nicchi, che all’epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori riannodarono i fili dell’antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente.

Le mafie in pillole. Le Triadi cinesi: l’impero della contraffazione e i legami con la Camorra

Vecchie di quasi quattro secoli le Triadi cinesi sono tra le più ricche e potenti mafie del mondo. Il loro simbolo è un triangolo equilatero, emblema di armonia tra cielo, terra e uomo. Gli affiliati condividono riti d’iniziazione e giuramenti di fedeltà al gruppo, di rispetto della gerarchia e di obbligo al reciproco aiuto. I principali gruppi che le compongono sono Chiu Chao, Wo, 14K, Big Four, Sun Yee On con oltre 55mila membri. Quest’ultima è considerata tra le più vaste organizzazioni criminali del mondo. La base è a Hong Kong, ma opera anche a Taiwan, Macao, nel resto della Cina e nelle chinatown europee, in Nord America, Sudafrica, Australia, Estremo Oriente, Nuova Zelanda. Un rapporto di Transcrime sugli investimenti delle mafie in Europa ne evidenzia enclave in Italia, Spagna, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi. Fa affari gestendo il traffico clandestino di connazionali, ma anche con le estorsioni, il traffico di droga, le contraffazione di modelli industriali e marchi( secondo l’Organizzazione mondiale del commercio i beni contraffatti rappresentano ormai tra il 5 e il 7% del commercio mondiale, per un valore di circa 600 miliardi di dollari l’anno, e la mafia cinese è leader del “mercato”). E’ attiva anche nel gioco d’azzardo, nel riciclaggio di denaro sporco, nello sfruttamento della prostituzione e nella speculazione immobiliare. La Direzione Investigativa Antimafia e il Servizio centrale Operativo della Polizia la ritengono  la quinta mafia italiana. E’ ramificata soprattutto in Lombardia, Toscana, Lazio e Emilia-Romagna e Campania dove ha cominciato con estorsioni e immigrazione clandestina per arrivare al traffico di rifiuti tossici. Con le mafie italiane non ci sono mai stati scontri, ma solo rapporti d’affari. Soprattutto con  la Camorra con cui ha gestito un fiorente traffico plastica e stracci. Alla base del sistema un consorzio criminale internazionale, gestito dalla Camorra, che riusciva a soddisfare diversi interessi economici da Prato a Hong Kong. L’attività illecita, secondo gli inquirenti, si basava su un interesse complementare: quello dei cinesi che, in mancanza di materie nel Paese, erano disposti a procurarsele illecitamente dall’estero, e quello di alcune aziende italiane, che cercavano di evitare le spese per lo smaltimento dei rifiuti di produzione. Un binario doppio di domanda e offerta che sarebbe stato soddisfatto con la rivendita in Estremo Oriente di tonnellate di rifiuti classificati come “Mps”,  materia prima seconda. Una denominazione che avrebbe permesso ai clan italiani di aggirare la legge sullo smaltimento e rivendere, a prezzi inferiori a quelli di mercato, ingenti quantitativi di plastica e tessuti. Materiali che in Cina venivano poi rivenduti come nuovi.

Le mafie in pillole: in Europa fatturano 110mld, l’un % del Pil dell’Unione

Europol: solo in Europa ci sono 5mila organizzazioni criminali. Sette su dieci operano in più di uno Stato e tutte insieme si spartiscono un mercato illecito di 110 miliardi di euro, circa l’1% del pil dell’UE. (“La Convenzione di Palermo”. A cura della Fondazione Falcone)

Le mafie in pillole. La Yakuza: 40mila affiliati e un patrimonio di 80 miliardi di dollari

La Yakuza, potente mafia giapponese, gode di uno status quasi legale. La Yamaguchi-gumi, la più grande delle “famiglie” che la costituiscono, ha circa 40 mila membri e un patrimonio di 80 miliardi di dollari. Ogni sotto-gruppo criminale paga una sorta di tassa di affiliazione alla “famiglia”. La Yamaguchi-gumi ricava così 50mln di dollari al mese. Il clan affiliato, in cambio, ha “il timbro di garanzia” che ne attesta l’appartenenza. I mafiosi della Yakuza sono anche famosi per avere complessi tatuaggi in tutto il corpo.
La più grande fonte di guadagno della Yakuza è il traffico di droga, seguito dal gioco d’azzardo, lo sfruttamento della prostituzione e l’estorsione. Si entra nel clan con un rituale di affiliazione che prevede un giuramento e un garante e i membri devono osservare un codice d’onore (ninkyo) che ricorda molto quello di Cosa nostra. Le regole fondamentali sono: obbedire al capo; non tradire il gruppo o i compagni; non rivelare i segreti dell’organizzazione; non rivolgersi a magistratura e forze dell’ordine; non toccare alcuna donna dell’organizzazione. Pena: il taglio di un dito e l’espulsione.

 

Lo sport come scuola di legalità: l’Esercito e la Fondazione Falcone accanto ai ragazzi dello Zen

Una trentina di studenti dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone” di Palermo hanno incontrato la presidente della Fondazione Falcone, professoressa Maria Falcone, per discutere di mafia e legalità nell’ambito del progetto “Educazione alla cittadinanza” promosso dal 46° Reggimento Trasmissioni e dal Centro Universitario Sportivo di Palermo dell’Università di Palermo. Un incontro particolarmente sentito da docenti e ragazzi che vivono in un quartiere a rischio come lo Zen e frequentano una scuola che più volte è stata oggetto di atti vandalici.

“Ho parlato ai ragazzi di Giovanni Falcone raccontandogli di quanto amasse lo sport e di quanto ogni suo impegno rivelasse il suo essere perfezionista, il suo cercare di fare tutto al meglio mettendosi in discussione per raggiungere i risultati migliori”, ha detto Maria Falcone.

Il progetto coinvolge un centinaio di giovani studenti delle classi quarte e quinte dell’istituto palermitano del quartiere “San Filippo Neri” (Zen), accompagnati dai docenti e dagli insegnanti di sostegno. L’incontro di oggi si è tenuto nella Caserma “Euclide Turba”, sede del 46° Reggimento Trasmissioni. 

I ragazzi nei prossimi mesi saranno coinvolti in una serie di attività all’insegna dello sport, della salute e della legalità.

Il progetto, realizzato grazie alla collaborazione tra il 46° Reggimento Trasmissioni e l’Ateneo palermitano rappresenta anche un’occasione per affrontare il tema della prevenzione del fenomeno della dispersione scolastica nel quartiere.

Gli istruttori militari della “Turba”, insieme ai docenti del Centro Universitario Sportivo di Palermo, guidano gli alunni in un percorso che si concluderà in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, il 23 maggio 2019.

Grande soddisfazione è stata espressa dal Colonnello Adriano Russo, comandante del 46° Reggimento Trasmissioni e dal dirigente scolastico Daniela Lo Verde che hanno sottolineato la valenza culturale e formativa dell’attività sportiva come strumento di crescita sociale che mira alla diffusione dei valori della legalità tra i giovani.

 

Giovanni Falcone raccontato da La Compagnia dei Ragazzi al Piccolo Eliseo

E’ andato in scena il 19 febbraio, al Piccolo Eliseo a Roma,  lo spettacolo “per questo mi chiamo Giovanni” ispirato al libro di Luigi Garlando (Rizzoli editore, 2004) che ripercorre la vita e l’opera del magistrato Giovanni Falcone attraverso il dialogo tra un bambino di dieci anni, Giovanni che, a scuola, entra in contatto con la mentalità e la cultura mafiosa e suo padre, che per metterlo in guardia, decide di spiegargli perché ha scelto di chiamarlo proprio Giovanni. Anche lui, il padre, aveva subìto la vessazione e i ricatti della mafia ma, un giorno, decise di ribellarsi (pagandone le conseguenze) proprio in occasione della morte del magistrato che avviene lo stesso giorno in cui nasce il figlio a cui decide di dare nome Giovanni. Lo spettacolo, che ha avuto il patrocinio della Società Dante Alighieri e della Fondazione Falcone, è stato messo in scena da La Compagnia dei Ragazzi nata nel 2017 come laboratorio teatrale di studenti di seconda media, diretta da Mario Di Marco e Ivan D’Angelo. Il loro primo spettacolo, tratto dall’Inferno di Dante Alighieri, è stato un gran successo. Un anno dopo, nel giugno 2018, la replica ospitata nella prestigiosa sede della Società Dante Alighieri a Palazzo Firenze a Roma. Da qui, la sensibilizzazione e l’interesse del Piccolo Eliseo e la messa in scena del nuovo spettacolo “per questo mi chiamo Giovanni” che si avvale anche del contributo alla realizzazione delle scene dell’artista e socia della Compagnia, Ilaria Paccini. Nell’adattamento teatrale, gli autori, per rendere “corale” la messa in scena e dare spazio a tutti gli attori della Compagnia dei Ragazzi, immaginano i due protagonisti (Giovanni e il padre) a passeggio in vari luoghi della città di Palermo dove incontrano dei personaggi, non presenti nel libro, che aiutano il padre a raccontare al ragazzo la storia di Falcone. Rispetto al libro di Garlando, ci sono anche i riferimenti al “maxi processo” (con il sonoro delle voci di Tommaso Buscetta e altri imputati e testimoni) e a Rocco Chinnici, altro magistrato ucciso dalla mafia, che amava andare nelle scuole a parlare di mafia.

Da Treviso a Palermo per parlare di antimafia

Si chiama  “Noi Cittadini” ed è un percorso costruito attorno ai temi della legalità e del rapporto tra diritti e doveri dei cittadini il progetto che ha portato una classe dell’istituto IC 4 – Stefanini di Treviso alla Fondazione Falcone. Studenti e docenti hanno incontrato la professoressa Maria Falcone, presidente della Fondazione, per discutere di legalità e mafia. I ragazzi stanno approfondendo la conoscenza di argomenti come la lotta alla criminalità, i diritti dei migranti e dei rifugiati, i diritti dell’infanzia, i diritti della donna. Il progetto prevede la lettura di romanzi come “Per questo mi chiamo Giovanni”, laboratori teatrali e cinematografici, incontri-dibattito con personalità testimoni e protagoniste di alcuni dei fatti trattati (i ragazzi hanno incontrato un uomo della scorta del giudice Falcone e alcuni volontari dei campi profughi in Siria). A marzo parteciperanno alla giornata contro le mafie che si terrà a Padova.

Costruire la memoria attraverso i luoghi: ricerca di una studentessa palermitana sulle Stele di Capaci

Costruzione e definizione della memoria attraverso i luoghi e i monumenti: è l’oggetto della ricerca di Maria Giulia Franco, studentessa  palermitana del corso magistrale di Semiotica all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Nel suo lavoro Maria Giulia Franco analizza come una città come Palermo abbia costruito la memoria di un tragico passato e dei suoi protagonisti, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino assassinati dalla mafia nel 1992, anche attraverso i luoghi. “Il luogo in quanto unica traccia autentica dell’evento, -scrive –  conserverà una storia, una memoria, che farà sì che il senso originario subirà una trasformazione; il luogo infatti, sarà carico di un significato e  di un valore  altro rispetto alla sua condizione originaria, poiché non sarà solo l’evento accaduto a causarne una trasformazione  ma anche la costruzione del monumento, la cui presenza determinerà l’iscrizione di uno spazio simbolico”. “Il ricordo di quei fatti e di quegli anni è iscritto definitivamente nella storia della città di Palermo. – spiega – Qui la toponomastica di strade e piazze ha subito variazioni in seguito agli eventi di quegli anni. Infatti numerose sono le vie che portano i nomi delle vittime delle stragi, soprattutto magistrati e agenti di scorta. Sono stati costruiti monumenti come lapidi e stele; giardini e parchi sono stati intitolati alle vittime della lotta alla mafia divenendo così possibili tramiti per ricordare e costruire una memoria collettiva”. In particolare lo studio analizza le due Stele erette sull’autostrada Palermo-Mazara sventrata dal tritolo che uccise Falcone e il Giardino della Memoria che si trova sotto le due Stele.

Allegato

“La tutela dei minori cresciuti in famiglie mafiose”, “Chiesa, mafia e falsa fede”: presentate all’Ars le ricerche premiate con le borse di studio della Fondazione Falcone

La tutela dei minori cresciuti in contesti mafiosi e la decisione “estrema” di alcuni giudici calabresi di allontanarli dalle famiglie d’origine; la condanna della mafia da parte della Chiesa di Papa Francesco e la necessità di “purificare” i riti dalle infiltrazioni di Cosa nostra; i tentacoli dei clan sul calcio: sono alcune delle dieci ricerche premiate con le borse di studio della Fondazione “Giovanni Falcone”, finanziate dall’Assemblea Regionale Siciliana, nate con l’obiettivo di sviluppare l’attività di studio su temi legati alla criminalità con particolare riferimento alle mafie. I vincitori, tutti laureati in Giurisprudenza col massimo dei voti, hanno ricevuto un contributo di 7mila euro. Questo pomeriggio i progetti sono stati esposti all’Ars nel corso di una cerimonia a cui hanno partecipato la presidente della Fondazione Falcone, professoressa Maria Falcone e il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Micciché, i componenti della commissione di valutazione Leonardo Guarnotta, segretario del Consiglio della Fondazione, e Giuseppe Ayala. Contestualmente sono stati resi noti i vincitori delle borse di studio del 2018 che l’Ars, da quest’anno, ha portato a 15.  Tra i nuovi lavori premiati che verranno presentati nel 2019: “mafia e caporalato”, “minori non accompagnati e infiltrazioni mafiose”, “nuovi paradigmi di crimine informatico di stampo mafioso: il criptopizzo” , “il nuovo reato di depistaggio e le sue implicazioni nella lotta alla mafia”.

“Giovanni era convinto che la mafia si dovesse combattere non solo con la repressione, ma anche attraverso l’educazione delle nuove generazioni; perché il fenomeno mafioso è principalmente un fatto culturale e per contrastarlo é necessario affermare la cultura della legalità”, ha detto Maria Falcone. “Seguiamo i ragazzi in un percorso di legalità dalle scuole elementari alla laurea e queste borse di studio sono un biglietto da visita prestigioso per l’ingresso dei ragazzi nel mondo del lavoro”, ha spiegato.

“Quella delle borse di studio è una iniziativa che mi sta particolarmente a cuore soprattutto perché vengono assegnate dalla Fondazione nata in memoria di un grande magistrato come Giovanni Falcone”. Miccichè ha prospettato la possibilità di una convenzione con la Fondazione Falcone che istituisca stage all’Ars per i giovani laureati, una sorta di scuola politica che mostri ai partecipanti  i meccanismi di funzionamento dell’Assemblea Regionale.

Le ricerche presentate hanno approfondito diversi temi,  tutti di stretta attualità, come le potenzialità della confisca dei patrimoni nei reati contro la pubblica amministrazione, la prevenzione della corruzione nel sistema degli appalti, l’inquinamento mafioso delle imprese. E ancora le infiltrazioni del fenomeno mafioso nel mondo dello sport e in particolare nel calcio: dalla gestione delle scommesse, all’acquisizione della proprietà delle società, soprattutto nelle categorie minori, utilizzate per il riciclaggio di danaro sporco e come “macchine di consenso”.

Molto attuale e interessante la ricerca di Francesca Incandela su “L’allontanamento dei figli d’onore dal nucleo familiare e il ruolo delle donne”.  Una misura, quella dell’allontanamento dalle famiglie d’origine, adottata dai giudici calabresi per la peculiarità della ‘Ndrangheta che coinvolge direttamente i ragazzini nella commissione dei reati.  In Sicilia non si è arrivati a provvedimenti così radicali perché come ha osservato Francesco Micela, Presidente del Tribunale per i Minori di Palermo, la mafia siciliana evita di utilizzare i minori non tanto al fine di proteggerli quanto per proteggere se stessa, perché diffida di loro e li considera inesperti ed imprevedibili.  Nello studio si sottolinea poi come manchino norme che impongano di comunicare ai tribunali situazioni a rischio: tanto che in Calabria  dda e tribunali minorili hanno stipulato protocolli che dispongono uno scambio di informazioni in caso, ad esempio, di arresti per mafia. Nell’attesa dell’intervento del legislatore nazionale, anche tra gli uffici giudiziari del distretto palermitano c’è la volontà di predisporre protocolli di intesa sul modello di quelli calabresi. Ciò è testimoniato dal fatto che da un anno a questa parte si sono svolti con cadenza periodica diversi incontri informali e formali per discutere dell’argomento.

Chiesa, mafia e falsa fede: dal negazionismo all’antievangelicità. Ruoli, responsabilità e nuove sfide per Stato e Chiesa nella lotta alla criminalità organizzata” di Marianna Alessio è invece un’analisi storica, culturale e sociale del legame tra fede cristiana e devozione mafiosa e un excursus sull’atteggiamento della Chiesa: dal  negazionismo alle prese di posizione, prima solo dei singoli religiosi, fino all’anatema lanciato dalla Valle dei Templi, nel 1993, da Papa Giovanni Paolo II e rinnovato da Papa Francesco a settembre.  Un lungo capitolo dello studio è dedicato alle devozioni e celebrazioni religiose “patrocinate” dalla malavita organizzata non solo in Sicilia, ma in tutto il meridione. Emblematico quanto successo ad Oppido Mamertina, in Calabria, il 2 luglio 2014. La Madonna delle Grazie portata a spalla si ferma, inchinandosi, sotto la casa del boss ergastolano Peppe Mazzagatti. La scena si ripete a Paternò in provincia di Catania nel 2015 per la festa di Santa Barbara dove nel corso della processione si rende omaggio a un esponente del colon Santapaola detenuto ai domiciliari.

Infine la ricerca analizza i documenti delle Conferenze Episcopali fino alla lettera della Cesi (la Conferenza Episcopale Siciliana)  del maggio scorso dal titolo “Convertitevi!” in cui si legge, tra l’altro: “tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi. Le mafie sono strutture di peccato e -scrivono i vescovi -sono peccati non solo omicidi, stragi e traffici illeciti grandi e piccoli dentro e fuori la Sicilia (o l’Italia), ma anche l’omertà (il silenzio di chi diventa complice) e la mentalità mafiosa che si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione”.

I vescovi, ricordando il silenzio in cui per molto tempo la Chiesa è restata, ribadiscono la volontà di costruire il nuovo impegno pastorale non sulla base della mera parola ma dell’azione concreta.